«COM'E' PROFONDO IL MARE - Lucio Dalla» la recensione di Rockol

Lucio Dalla - COM'E' PROFONDO IL MARE - la recensione

Recensione del 25 ago 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

Cominciamo con un falso mito da sfatare, visto e considerato che proprio qualche giorno fa la rubrica televisiva di un quotidiano l’ha riproposto alla nostra attenzione: “Dalla: non è un cantante, è un consiglio”. Con buona pace della signora che a suo tempo indossò quella ammiccante, programmatica t-shirt, dall’ascolto di “Com'è profondo il mare” possiamo ricavare in tutta tranquillità che Dalla è indiscutibilmente un cantante. Anzi, un signor cantante, cosa del resto risaputa almeno dal 1966, anno di uscita del primo ellepi, che una volta tanto in anticipo sui tempi Lucio aveva intitolato “1999”.


Un grande cantante, che non sempre però ha mostrato di crederci, reinventandosi e riproponendosi ora come ipotetico musicista “d’avanguardia” (per qualche tastiera in più), ora come aspirante compositore del secolo (pur se in qualche caso, prendete “Caruso”, ci è andato vicino), ora come impacciato entertainer televisivo (pare che un fuorionda da “La Bella e la Besthia” abbia sorpreso la Ferilli mentre si lamentava: “Però nell’originale alla fine quello là si trasformava”), ora come capocomico bisognoso di compagnia in rutilanti avventure per mare e per terra alla guida di assortite carovane.
Non oltre il nono posto in classifica nel ’78 (e a dicembre - ma il disco era uscito dodici mesi prima - sarebbe risultato il sedicesimo ellepi più venduto, non proprio un successone), “Com'è profondo il mare” è disco di confine e di assestamento: Lucio non è più in “Piazza grande”, ma non è ancora arrivato “L’anno che verrà”. E l’anno che verrà, il 1979, sarà trionfale: l’album omonimo conquista il primo posto assoluto, mentre la piazza d’onore è occupata da “Banana republic”, testimonianza dell’oceanico tour con Francesco De Gregori, Ron e il primo nucleo degli Stadio.
Confine e assestamento, ma attenzione: “Com'è profondo il mare” segna un momento topico nella carriera di Dalla: Lucio, che in passato per la bisogna si era rivolto a poeti (Roberto Roversi) e illustratrici (Paola Pallottino), giornalisti (Gianfranco Baldazzi) e vecchi marpioni (Sergio Bardotti), decide di scrivere da sé i testi delle proprie canzoni. Scelta coraggiosa e vincente, a costo di andare un po’ sopra le righe da subito, con il memorabile “Disperato erotico stomp” dedicato alla “mano amica”. Grana grossa, in qualche caso grossissima, con quella “cappella” che non è la Sistina, venticinque anni prima che qualcuno si scandalizzasse per il “glande” di Battiato nel peraltro castigatissimo duetto con Alice “Come un sigillo”.
Ma non di solo sesso vive il Lucio autore di testi: c’è dell’altro, e che altro. La title track, per esempio, con il titolo che - prima dell’invettiva finale - diventa una sorta di straniante intercalare, e versi come questi che da soli valgono la spesa: “Intanto un mistico/forse un aviatore/inventò la commozione/e rimise d'accordo tutti/i belli con i brutti/con qualche danno per i brutti/che si videro consegnare/un pezzo di specchio/così da potersi guardare”. Oppure “C’è guerra nei viali del centro/dove anche il vento è diverso/son diversi gli odori per uno che viene da fuori”, da “Il cucciolo Alfredo”, quello del celebre “La musica andina, che noia mortale, sono più di tre anni che si ripete sempre uguale” (ah, quelle sfilate a Bologna sulle note degli Inti illimani…).
Quanto alle musiche, è Dalla nel bene e nel male: fiati e scat, reggae e soul (poco, troppo poco), qualche synth di troppo, la chitarra eccessivamente castigata di Jimmy Villotti, l’immancabile Rosalino Cellamare, e l’impressione che un lavoro di sottrazione (ah, quei coretti femminili) non avrebbe nuociuto, come dimostra “…e non andar più via”, piano, voce e poco altro sino al finale che gli archi un po’ “Philly sound” non riescono comunque a guastare. Ma non si può chiedere a Lucio (“con quello zerbino che ha in testa”, come esagera Beppe Grillo) misura e minimalilsmo. Anche se si può sempre cullare il sogno di una voce in libertà che canta alla luna. Però non su Raiuno.

 

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