«WELCOME TO THE DISCOVERY PARK - Brad» la recensione di Rockol

Brad - WELCOME TO THE DISCOVERY PARK - la recensione

Recensione del 26 feb 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

I Brad sono un piccola grande certezza. Sono un gruppo “estemporaneo”, nato dall’unione di alcuni musicisti solitamente impegnati in altri progetti. Ma periodicamente, ogni 4-5 anni, riemergono e non lo fanno rimpiangere.
Il nome più noto del mazzo è sicuramente quello di Stone Gossard, chitarra dei Pearl Jam. Con lui agiscono Regan Hagar, Shawn Smith e Mike Berg. Pensando alla presenza di Gossard, si potrebbe ipotizzare che i Brad siano una sorta di supergruppo per rockstar annoiate o alla ricerca di un svago che li distragga dalla loro attività principale. Questo non è solitamente la mentalità dei membri dei PJ, che hanno il loro bel da fare in seno alla band madre, eppure si impegnano costantemente in avventure parallele. I Brad sono sicuramente il progetto esterno più costante: con questo “Welcome to discovery park”, sono arrivati infatti alla terza prova in dieci anni. Il disco, uscito in America lo scorsa estate, viene ora pubblicato in Europa con l’aggiunta di due bonus tracks, le conclusive “It ain’t easy” e “Make me crazy”: in Italia lo pubblica la Audioglobe. Dopo due sforzi con la Epic (la stessa etichetta major dei Pearl Jam), è il primo album indipendente. E, tanto per ribadire l’impegno, i Brad sono stati in tour per un mese a gennaio in Australia, precedendo i concerti dei Pearl Jam nel continente australe (che, a loro volta, sono iniziati a febbraio).
In questo disco i Brad continuano quindi il percorso iniziato nel 1993 con “Shame” e proseguito nel 1997 con “Interiors”. E’ musica distante da quella dei Pearl Jam, tanto per la cronaca, ma i fans della band di Seattle (che seguono costantemente anche le mosse dei Brad), lo sanno bene. A dominare le canzoni sono soprattutto la voce nasale e il piano di Shawn Smith, la cui impronta porta soprattutto a ballate dal sapore anni ’70 come l’iniziale “Brothers and sisters” o “Let each other down”, che risentno pure del Prince più melodico (fonte d’ispirazione dichiarat di Smith). In alcuni momenti, come in “Shinin’”, le atmosfere diventano più aperte, in altri casi come “Revolution” si torna al rock sporco di Seattle, ma il primo genere di canzoni rimane quello prevalente.
“Welcome to discovery park”, in altre parole è il disco di una band solo apparentemente estemporanea, perché quando fa un disco lo fa sul serio, e con ottimi risultati. Peccato solo che succeda con tempi così dilatati.

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