«LAIV - Davide Van De Sfroos» la recensione di Rockol

Davide Van De Sfroos - LAIV - la recensione

Recensione del 25 feb 2003 a cura di Riccardo Barberi

La recensione

Un disco dal vivo è sempre un evento per ogni artista. Significa che ormai possiedi un repertorio abbastanza ampio in cui poter scegliere brani pubblicamente conosciuti e a cui sei particolarmente affezionato. Quando poi il disco che ne ricavi è doppio – come è il caso di questo “Laiv” – vuol dire che il tuo catalogo è già più che solido e amatissimo.
La storia musicale di Davide Van De Sfroos nasce nei primi anni Novanta. Prima con un’audiocassetta intitolata “Viif” (“Vivo”, in dialetto comasco) e diventa concreta con il primo CD, “Manicomi”, pubblicato nel 1995 e ormai considerato una vera e propria rarità perché introvabile. Anche quello, come la cassetta, era stato uno sforzo produttivo pressoché privato. Ma Davide Bernasconi (il vero nome del nostro Van De Sfroos) ha continuato caparbiamente a portare la sua musica in giro per tutto il Nord. La miscela è vincente: musiche che attingono al folk, al rock e al reggae per raccontare storie di tutti i giorni che, a volte, vivono di divagazioni quasi mistiche. Il tutto cantato nel dialetto Tremezzino. E’ lì che vive Van De Sfroos, in una zona dove ogni famiglia può vantare un parente, più o meno lontano, che nella sua vita ha fatto anche lo spallone, ovvero il contrabbandiere, quello che andava “de sfroos” (di frodo) attraverso la frontiera con la Svizzera. Ma quella è anche una zona di misteri e fascinazioni esoteriche. C’è ancora qualcuno che parla del fantomatico Lariosauro, un serpentone mostruoso accocolato sul fondo del lago, il Lario appunto. Lo chiamano il “mustru” e, ancora oggi, chi dice di averlo visto viene guardato con un sospetto misto a tenerezza. Sarà per questo, forse, che gli americani hanno girato proprio in quella zona una piccola porzione dell’ultimo episodio della saga dell’Impero di “Guerre Stellari”. Racconti mitici che passano di bocca in bocca, come le storie degli emigranti di qualche anno fa, o come le felicità e i dolori di oggi. Tutto, conflitti compresi, spesso finisce davanti a un mazzo di carte e a una boccia di vino.
Van De Sfross racconta tutto questo, e altro ancora, nella lingua che più gli confà: il dialetto. Lo ha fatto nel 1999, quando è uscito “Breva e Tivan”, un disco premiato alla rassegna del Club Tenco, e ancora di più nel 2001 con “E semm partii”: altro premio del Tenco e vendite che hanno superato le 50.000 copie. Ma il successo, che si è allargato al resto d’Italia, non ha cambiato lo stile di Van De Sfroos. Il segreto di Davide e del suo affiatatissimo gruppo è anche quello di mantenere un controllo rigoroso sulla propria produzione. Non ci sono arrangiatori, produttori e discografici che impongono scelte e strategie. E’ tutto il gruppo che decide e produce. anche i concerti sono organizzati da un nucleo di persone cresciute intorno a Davide. Lavoro e passione, in questo caso, marciano di pari passo. Van De Sfroos oggi vive, praticamente, “on the road”: da Varese a Roma, da Milano alla Calabria. E, intorno a questa musica, si muove anche un nutrito stuolo di fans. Un po’ come succede per i Nomadi, un po’ come succedeva negli States per i Grateful Dead. Gli affezionati fans che non si perdono mai un concerto del loro cantante. Se quelli dei Dead (i mitici “deadheads”) funzionavano a cannabis e acidi, quelli di Van De Sfroos vanno a polenta e vino rosso. C’è il loro sito (www.cauboi.it) che informa su tutto e racconta anche del “Baffo”, il primo grande fan, con il suo gruppo di fedelissimi, la sua compagnia. E’ anche grazie a loro (hanno fornito fotografie e altro materiale) che questo “Laiv” ha potuto vedere la luce in così tanta ricchezza. E’ un disco doppio venduto al costo di uno, che raccoglie 24 brani di Van De Sfroos. Potenti nell’esecuzione live del gruppo, arricchito in alcune occasioni dalla presenza del coro delle tre Balentes, tre ragazze sarde. E poi il pubblico che canta, sottolinea le melodie e addirittura diventa parte integrante dei alcuni arrangiamenti: questa la forza. Tra le canzoni che passano in rassegna all’intera produzione di van De Sfroos, ci sono alcuni brani tratti dall’introvabile “Manicomi”, e 4 inediti: “L’esercito delle dodici cadreghe” e “Sciur capitan” sono due brani che De Sfroos propone spesso dal vivo, così come (ma più raramente) è proposta una rielaborazione in dialetto di “Frank’s Wild Years” di Tom Waits, diventata “I ann selvàdegh del Francu”. L’inedito totale, registrato in studio appositamente per questo disco, è “Sguarauunda”. Grande potenza e immaginazione. Come se le canzoni di Woody Guthrie o Bob Dylan fossero suonate dai Clash. Come se le canzoni di Davide fossero suonate dai Van De Sfroos.

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