«THE OLD KIT BAG - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - THE OLD KIT BAG - la recensione

Recensione del 24 feb 2003

La recensione

Così va, oggi più che mai, il business musicale. Da una parte le megaproduzioni come “Shaman” di Santana, torte infarcite di ogni possibile ingrediente e “special guest” per assecondare le mode del momento e stuzzicare l’appetito di molteplici segmenti del mercato. Dall’altra dischi orgogliosamente “low budget” come l’ultimo di Richard Thompson, che nascono all’insegna dell’economia di mezzi ma senza rinunciare a mettere il protagonista nelle condizioni di fare al meglio il suo lavoro: che è quello di scrivere canzoni belle ed originali, e di cantarle e suonarle come dio comanda. E’ un modo sano, per quanto magari demodé di concepire l’arte di registrare i suoni ( e forse per questo, dopo lungo peregrinare tra le major, il cantautore-chitarrista britannico è tornato a ruotare nell’orbita indipendente). Del resto, anche se la nostalgia non è un tratto del suo carattere e della sua carriera, certe fragranze del passato e di vecchia Inghilterra sono sempre più evidenti, ultimamente, nel modo di far musica dell’ex Fairport: anche quando, come in questo caso, la registra tra i palmizi e i boulevard di Hollywood, negli studi B della Capitol. Anni fa ha cantato le motociclette Vincent e le MGB gran turismo, status symbol che più “British” non si può da contrapporre alle decappottabili made in USA celebrate da “American graffiti”, da Jan & Dean e da Chuck Berry. Nel suo disco precedente aveva raccontato la Londra suburbana delle case “imitazione Tudor” e della nascente psichedelia Sixties, dei drop out e dei musicisti di belle speranze. E ora le sue nuove creature musicali le raccoglie in un “ vecchio fagottino”, citazione affettuosa di un motivo di successo d’altri tempi, “Pack up your troubles in your old kit bag and smile, smile, smile”, che nell’Inghilterra del 1915 servì da conforto scacciapensieri ad una popolazione dilaniata dalle sofferenze e dai terrori della guerra. Le sue, di canzoni, non sono altrettanto consolatorie: spesso acidule e stridenti, a volte grottesche come da tradizione. Ma a quella metafora si sposano perfettamente per il senso di precarietà esistenziale e di conflitto sentimentale che da sempre sono tra i temi preferiti del musicista inglese (le “Calvary cross” e le “Wall of death” del suo vecchio catalogo).
Thompson le ha incise praticamente in trio, con il magistrale contrabbasso acustico di Danny Thompson (ormai un vero alter ego musicale) e l’atletico drumming del giovane texano Michael Jerome a far da contrappunto alle sue chitarre e alla sua voce; e per confezionare un suono “live”, secco ma ricco di nuance e vibrazioni si è affidato a John Chelew, il produttore che in passato ha messo mano al miglior disco di John Hiatt (“Bring the family”) e che è corresponsabile della recente rinascita artistica dei Blind Boys of Alabama (le manipolazioni lo-fi di Mitchell Froom appartengono ad un capitolo chiuso, almeno per ora). Pochissime overdubs, dunque (un mandolino qui, un dulcimer là, e i backing vocals della gallese Judith Owen spalmati su metà circa delle tracce). E siccome i tre sanno il fatto loro, nei sessanta minuti del disco c’è modo di perlustrare i territori più diversi: la ballata jazz da ore piccole di “I’ve got no time to have it all” e il folk rock vintage, alla Steeleye Span, di “One door opens”; il jingle-jangle-pop di “She said it was destiny” (il “singolo” predestinato, se un termine del genere ha senso con uno come Thompson) e l’hard rock (“Pearly Jim” sta tra un riff degli Zeppelin e i Jethro Tull di “Aqualung”: ma è uno degli episodi più fragili della collezione), l’impeto elettrico – con qualche svisata velenosa delle sue - e l’arpeggio acustico da folk club (“First breath”), l’ariosa melodia country-celtica (“Word unspoken, sight unseen”) e gli aromi mediorientali (“Outside of the inside”). Basterebbe questa, a testimoniare la singolarità e lo smalto intatto del musicista: una ispida, nervosa danza derviscia che racconta il disprezzo di un immaginario talebano nei confronti delle conquiste della civiltà occidentale per condannare ogni forma di fondamentalismo; che Thompson sia musulmano praticante dai primi anni ’70 aggiunge ulteriori sfumature alla canzone, una delle risposte più originali alla tragedia dell’11 settembre 2001. Nel menù c’è anche una commovente ballatona con tanto di fisarmonica, “Happy days and Auld Lang Syne” (altre citazioni d’antan, in un mix di tre vecchi motivi popolari, per affermare il potere consolatorio della canzone). E c’è “Gethsemane”, il pezzo d’apertura che per raccontare una storia di innocenza perduta adotta un doppio riff elettrico ad incastro e la forma di una robusta galoppata elettrica degna delle sue cose migliori di sempre. Non è tutto di questo livello, “The old kit bag”, e forse “Mock Tudor” era un disco nel complesso più compatto e filante. Ma non c’è di che lamentarsi, se qualche ciambella ha un sapore un po’ risaputo e non ha il buco perfettamente centrato. Quando succede, Thompson si conferma un asso del songwriting, per quanto “condannato” ad un seguito di culto. Come sintetizzò qualcuno, tempo fa: pochi scrivono canzoni, interpretano o suonano la chitarra meglio di lui. Nessuno, o quasi, sa fare tutte queste cose insieme altrettanto bene.

(Alfredo Marziano)
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