«RISPETTO - Zucchero» la recensione di Rockol

Zucchero - RISPETTO - la recensione

Recensione del 30 ago 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

11 settembre 1986: il vincitore del Festival di Castrocaro dell’81 Adelmo Fornaciari - trasformatosi definitivamente in Zucchero un anno e mezzo prima con l’album della svolta, inciso insieme alla Randy Jackson band - diventa in tutti i sensi uomo di “Rispetto”, lasciandosi definitivamente alle spalle il passato fatto di Nuove Luci (il primo complesso, come si diceva allora) e vecchie ombre. Zucchero, Sugar: così lo conoscono nei Paesi anglofoni e così (Sugar & Daniel, Sugar & Candies) aveva deciso di farsi chiamare nelle sale da ballo di Forte dei Marmi, dove secondo le biografie più o meno ufficiali suonava un ruspante R&B (ma forse anche un po’ di liscio) per riscattarsi dalle non memorabili canzonette scritte per gli altri; un’atmosfera artificialmente - ma neanche poi troppo - ricreata nel ’93, insieme all’ex leader dell’Equipe 84 Maurizio Vandelli e al chitarrista dei Pooh Dodi Battaglia, nel divertimento suo e nostro di “Walzer d’un blues”, attribuito ad Adelmo e i suoi Sorapis.
Uomo di “Rispetto” e “big respect” al cast sontuoso di questo disco, il terzo in assoluto, realizzato tra San Francisco e Milano, Modena e Bologna: il manager-factotum Michele Torpedine affianca a Zucchero - nella Randy Jackson band, guidata dal monumentale bassista (solo omonimo del “fratello di”) che sembra la governante dei film americani anni Cinquanta - il chitarrista (e produttore) Corrado Rustici, questo sì fratello minore del Danilo degli Osanna; il batterista Narada Michael Walden, successore di Billy Cobham nella Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin (anche se il titolare delle bacchette è il meno famoso e celebrato Giorgjo Francis Perry) e David Sancious, ex tastierista della E Street band di Bruce Springsteen. Non è finita: al “favoloso” Hammond C3 siede nientepopodimeno che il redivivo Brian Auger, al sax ci sono il rasta Frank Raya e il quadrato session man Eric Daniel e alle percussioni il travolgente Rosario Jermano, napoletano come Rustici.
Dopo l’introduzione bandistica, è subito title track, con le tastiere che rifanno il verso agli archi del più puro Philly sound e l’Adelmo - che copertina e booklet ci rimandano incredibilmente glabro, magro e con tentazioni sexy, ma forse è un sosia - a omaggiare il suo Mito per eccellenza Joe Cocker, accanto al quale Zucchero (o il suo sosia) è riuscito a farsi fotografare e a cui in cambio del favore Fornaciari dedica “Nuovo meraviglioso amico”: “Ma dimmi di sì, devi darmi una mano” (una volta si diceva “little help”, ma di “Piccolo aiuto” ce n’era già una nell’album precedente…), con poco diplomatiche incursioni nella privacy del rinato Joe (“Era proprio una brutta vita” e ancora “Mi hanno detto che eri finito e invece no”, e in effetti l’86 è l’anno di “Nove settimane e mezzo” e “You can leave your hat on”).
Dopo la ballata “Come il sole all’improvviso” - scritta insieme a Gino Paoli, che l’avrebbe cantata con il padrone di casa in un singolo a sostegno dell’Associazione italiana sclerosi multipla, completato dall’extended version di “Una ragione per vivere” -, arrivano “Tra uomo e donna”, un reggae più alla Vasco Rossi che alla Bob Marley, l’aggirabile “Nella casa c’era” e la già citata “Una ragione…”, cinquantasei secondi abbastanza ispirati per voce e orchestra.
Un discorso a parte merita “Solo seduto sulla panchina del porto guardo le navi partir…”; il titolo richiama quelli chilometrici di “Amore e non amore”, l’album “sperimentale” di Lucio Battisti (“Seduto sotto un platano…”), mentre nel testo Zucchero scomoda non soltanto Mogol, ma anche Salvatore Quasimodo: “Trafitto solo da un raggio di luce” è una maldestra imitazione di “Trafitto da un raggio di sole”, uno dei tre versi di “Ed è subito sera”. Del resto - tra parole, musica e gestualità - Zucchero ci aveva e ci avrebbe abituato a questo e altro, da “Donne” alias “No woman, no cry” a ”Blu” aka “Era lei” di Michele Pecora, passando per l’infortunio - chiamiamolo così - de “Il mare impetuoso al tramonto salì sulla luna e dietro una tendina di stelle…”, poco liberamente ispirata a una poesia dell’immenso (lui sì) cantautore livornese Piero Ciampi.
“Torna a casa” (vorrà dire essere prevenuti o l’inizio, prima di virare verso la Giamaica, ricorda la “Bouree” di Bach rifatta dai Jethro Tull in “Stand up”?) e il non spregevole omaggio a Cocker precedono la “Canzone triste” presentata lo stesso anno a Sanremo e la conclusiva, rischiosa “No-no (Non gli dire di no)”: “Che bella gnocca è venuta da me/Tua figlia adesso è più sexy di te/Che vuoi che faccia vuoi che muoia/O vado in paradiso o in paranoia”. Dove invece sia andato Zucchero lo sappiamo tutti: “Rispetto” scala la hit parade, fermandosi al settimo posto, ma l’apoteosi è solo rimandata. L’anno dopo “Blue’s” sarà il disco più venduto in Italia, dando il la alla lucente carriera internazionale del Nostro. Ma, come diceva quel tale, non è tutto “Oro, incenso e birra” quello che luccica.

 

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