«SPEAK YOUR PEACE - Terry Callier» la recensione di Rockol

Terry Callier - SPEAK YOUR PEACE - la recensione

Recensione del 29 lug 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Terry Callier è diventato una piccola leggenda, in ambiti diversissimi: nel folk e soul nero, che dai suoi esordi negli anni ’60 è il suo territorio elettivo, e nella musica contemporanea che mischia tradizione ed elettronica.
In quest’ultimo campo, Callier si è fatto riscoprire dopo una lunga assenza dalle scene grazie alla ripubblicazione del singolo “I don’t want to see myself without you” – diventato qualche anno fa un piccolo hit nei club d'oltremanica- ed ha duettato con Beth Orton, 4 Hero, Koop, trovando una nuova casa addottiva in Inghilterra, ben lontano dalla natia Chicago.
Questo “Speak your peace” è il terzo disco di studio dopo il ritorno sulle scene nel 1998, quando uscì “Timepeace” per la Verve. Il quarto, se si considera lo splendo disco dal vivo “Alive”, uscito l’anno scorso per la piccola etichetta inglese Mr. Bongo, la stessa di questa nuova uscita.
Nelle sue 14 tracce, il disco ripropone tutti gli elementi che hanno reso grande la figura di Callier: una voce profonda e sensuale, una ricerca musicale tendenzialmente basata sulla chitarra acustica ma che sconfina nel soul e nel jazz, testi mistici e visionari. In più aggiunge qualche nuovo elemento “moderno”, logica continuazione delle collaborazioni citate. Tre pezzi, “Monuments of mars”, “Darker than a shadow” e “Turn this mutha” sono prodotti dai 4 Hero: in questi casi, e in alcune altre tracce, fanno capolino loop e ritmiche più serrate, per fortuna in modo non troppo invadente.
Se c’è un difetto che si può trovare a questo disco, così come già a “Time peace” e al successivo “Life time”, è la scelta di alcuni arrangiamenti un po’ prevedibili. Ci si riferisce, più che all’uso dell’elettronica, ad un soul un po’ troppo patinato e pulito, come nella title-track o nella cover di “Caravan of love” di Ernie Isley (ve la ricordate? Negli anni ’80 gli Housemartins la resero un hit con una interpretazione solo vocale). Piuttosto, Callier da il suo meglio quando è essenziale, come nella stupenda ballata acustica “Brother to brother”, cantata in duetto con Paul Weller, o nel jazz quasi perfetto di “Sierra Leone”.
Altro difetto è la lunghezza: il disco dura oltre 70 minuti, e questo certo non giova: forse alcuni episodi potevano tranquillamente essere omessi. Ma Callier è uno che di cose da dire ne ha, eccome. Questo disco è un’ottima occasione per scoprire un artista che non si merita di essere soltanto “di culto”

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.