«ALICE - Tom Waits» la recensione di Rockol

Tom Waits - ALICE - la recensione

Recensione del 07 mag 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Non lo scopriamo certo oggi che Tom Waits è un personaggio fuori dal comune. Forse, con l’uscita di due dischi in contemporanea, ci rendiamo conto ancora di più di quanto sia lontano dalle regole del music business. Certo, se lo può permettere. E prima del precedente “Mule variations” si era preso una pausa di oltre sei anni, scegliendo quindi un’etichetta indipendente per il suo ritorno: la Anti/Epitaph.
C’è poco da stupirsi, quindi, per la mossa di far uscire in contemporanea due dischi come “Alice” e “Blood money”. Tanto più che le canzoni di questi album sono il frutto della collaborazione con il drammaturgo Robert Wilson, che aveva giù dato vita a “The black rider” (1993, penultima prova del Nostro).
Partiamo dunque da “Alice”, riservando a Blood Money lo spazio recensioni di domani, 8 maggio. Le canzoni di questo album sono note ai fan più appassionati: vennero scritte nel 1992 per l’omonimo spettacolo ispirato all’ossessione di Lewis Carroll per Alice Lindell, musa del noto romanzo; da allora sono abbondantemente circolate sotto forma di bootleg. Tom Waits le ha però reincise recentemente, contestualmente a “Blood money”.
Dei due dischi, “Alice” è sicuramente quello meno sperimentale. Ed è bizzarro, se si pensa che il ’92 è l’anno in cui Waits pubblicò “Bone machine”, ovvero il disco in cui messe a punto più compiutamente le sue melodie rumoristiche.
“Alice” è sostanzialmente un disco di ballate, la cui atmosfera è perfettamente riassunta dalle prime parole del disco, pronunciate nella title-track: "It's a dreamy weather we're on", “Siamo sotto un tempo sognante”. Certo, non mancano le canzoni dalla struttura irregolare, vaudevilliana e jazzata come "Everything you can think", "Kommienezuspadt" o "We're all mad here". Ma a tenere la scena sono soprattutto piccoli, soffusi gioielli come "Flowers grave", che fanno tornare alla mente il Waits dei primi dischi. L’interpretazione vocale, per esempio, è sempre roca, ma solo in un paio di episodi è volutamente forzata, diventa quasi un cupo ruggito. Il tutto è popolato dal consueto campionario di personaggi surreali, perfetto compendio dell’ispirazione Carolliana del lavoro.
I brani sono stati co-firmati con la moglie Kathleen Brennan (“la mia Alice”, dice Waits). Tra gli ospiti, l’ex-Police Stewart Copeland che suona una non meglio precista “Trap kit” in “Table Top Joe”.

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