«DANCE OR DIE - Madaski» la recensione di Rockol

Madaski - DANCE OR DIE - la recensione

Recensione del 06 mag 2002 a cura di Luca Bernini

La recensione

Il quarto album di Madaski viene da molto lontano, addirittura da prima degli Africa Unite. E’ lui stesso a suggerire e ad avvalorare questa ipotesi, citando il suo primo gruppo, i Suicide Dada, nelle note biografiche relative al nuovo lavoro, e consentendo addirittura, a quanti muniti di password (contenuta nella confezione di “Dance or die”) di accedere all’area riservata del suo sito (www.madaski.it) per ascoltare materiale di quel gruppo e altre inaudite preziosità. Al di là di questo, o meglio coerentemente con questo, troverete “Dance or die” un viaggio fatto oggi nei luoghi e nei paesaggi di ieri, dove per ieri si parla di anni ’80. Quelli amati da Madaski, neanche a farlo apposta, sono “the dark side of…”, e vanno dagli Ultravox di John Foxx – vale a dire prima del successo della line up guidata da Midge Ure, e unanimemente considerati l’equivalente electro dei Genesis di Peter Gabriel rispetto a quelli di Phil Collins – ai Monuments, primo duo elettronico italiano formato negli anni ’80 da Andrea Costa e Mauro Tavella (che è da tempo uno stretto collaboratore di Mada). Un viaggio nelle sonorità più scure ed estreme, quindi, rispetto agli eighties ridanciani cui siamo abituati, ma che non disdegna riferimenti più pop come Human League, Heaven 17, Depeche Mode.
L’imperativo dell’album, “Balla o muori”, è ben esemplificato in buona parte dei brani, anche se “Dance or die” non è un album esclusivamente ballabile. Madaski, reduce da un lavoro in cui esplorava tutte le connessioni dance di colore maggiormente giamaicano, ha ripescato in questo caso la sua altra metà artistica, quella gotico-rumoristico-elettronica, evidenziata già nell’esperimento sonico di “Distorta diagnostica”. Filtrata alla luce del paesaggio anni ’80 di cui parlavamo sopra, questa vena dà vita a un risultato omogeneo e suggestivo, non privo però di alcuni limiti, il principale dei quali è quello di essere o di sembrare, a parere di chi scrive, un disco troppo ancorato al passato. Si dirà che in questo momento è proprio quel passato ad essere presente nella musica, visto che gli anni ’80 non avevano ancora fatto in tempo ad andare via che già sono tornati. Vero, ma allora è vero anche che questo album potrà stupire di più chi in quegli anni non c’era, rispetto a chi – come Madaski, e come in definitiva chi scrive – viene proprio da lì. Ciò detto, non mancano in “Dance or die” momenti decisamente riusciti, come nel caso della title track e di “The perfect groove”, nata per essere un singolo, così come la cover degli Ultravox “A Quiet man”. Belli anche i momenti meno definiti di questo lavoro, ma altrettanto madaskiani, come “The calling”, “Sanctify your soul” e la conclusiva “The impossible me”.
Per quanto non sia un album memorabile, “Dance or die” è figlio di una delle migliori menti del panorama musicale italiano, ragion per cui vale sicuramente la pena di ascoltarlo e – per i signori musicisti, dj, producer, remixers, ecc. – di studiarlo.


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