«EVERYTIME A BELL RINGS AN ANGEL GETS HIS WINGS - Log» la recensione di Rockol

Log - EVERYTIME A BELL RINGS AN ANGEL GETS HIS WINGS - la recensione

Recensione del 04 mag 2002 a cura di Luca Bernini

La recensione

I Log lasciano tracce sparse in giro, vogliono farsi seguire. Già il nome invita i più curiosi – citazione da Twin Peaks, la “log lady” , la “Signora del tronco”– a entrare in quel mondo, il titolo dell’album fa quasi da solo tutto il resto – “ogni volta che una campana suona, un angelo mette le ali”, è una frase del capolavoro di Frank Capra “La vita è meravigliosa”, la dice nel finale del film la figlia di Jimmy Stewart mentre lui guarda verso l’alto dei cieli e ammicca al suo angelo, Clarence, che sperava di passare di categoria per avere le ali – e se ancora non basta c’è una copertina quantomeno curiosa, minimale e in qualche modo ipnotica, opera del signor Johan Svensson.
Ma è dentro che il disco dei Log si apre all’ascolto e lascia stupiti e incantati. Per come un gruppo svedese sappia coniugare con collaudata dimestichezza per un album d’esordio minimalismo e drammaticità espressiva, un uso magistrale delle dinamiche e la capacità di costruire e ricreare un immaginario rock lasciandolo solamente intuire tra le pieghe del non detto. Si fa un gran parlare, nelle note di accompagnamento al disco, di panorami del sud della Svezia, di una musica che mette di fronte all’eterno dramma dell’essere soli al mondo, abbandonati e senza speranza, a percorrere strade una volta abitate sulle quali adesso non si incontra più nessuno. E’ tutto vero, forse, come è vero il bianco e nero che i Log usano per colorire le loro canzoni che non prendono sole se non quello livido e bianco che rischiara la Svezia. Ma c’è qualcosa di più in questo album dell’etica e dell’estetica del grande Nord, della sofferenza e del dolore già raccontati dagli artisti di quei luoghi: ed è la forza comunicativa del rock, il suo ripiegare nell’interiorità più inascoltata e sfuggente per tirare fuori canzoni costruite su quattro accordi e su quattro note, che però riescono a catturare immediatamente, a patto che siate da soli. Non è un album che ama compagnie chiassose, questo dei Log, al contrario: va consumato in proprio, a un buon volume, lasciandosi ammaliare dalle canzoni canoniche eppure sorprendentemente originali di Mattias Friberg, uno che riesce a filtrare nella sua musica i Velvet Underground da factory metropolitana con la musica che avrebbe fatto Ry Cooder se fosse nato in Svezia e le lunghe tirate ipnotiche degli islandesi Sigur Ros. Difficile comunque parlare di similitudini con altre cose, perché come per magia, il caleidoscopio dei Log cambia colore e forma ascolto dopo ascolto per diventare ben presto qualcosa di unico, consono e simile solo a se stesso. Un disco consigliato a quanti cercano canzoni e suoni per l’anima, innanzitutto.


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