«FRANTIC - Bryan Ferry» la recensione di Rockol

Bryan Ferry - FRANTIC - la recensione

Recensione del 03 mag 2002

La recensione

I motivi per accogliere il nuovo disco di Bryan Ferry con un po’ di scetticismo c’erano tutti. Avevamo lasciato l’attempato dandy alle prese con un repertorio anteguerra in “As time goes by” e in effetti i panni dell’elegante intrattenitore di lusso calzavano a pennello al leader dei Roxy Music. “Frantic” però si annuncia come il ritorno al rock e alle chitarre elettriche, un formato che gioca spesso brutti scherzi alle star di non più verde età. Invece, Ferry ha confezionato un disco gradevole e convincente, senza indulgere troppo negli sdilinquimenti da sfilata di moda che hanno caratterizzato parte della sua carriera solista e l’ultimo periodo dei Roxy Music. Per riprendere il filo col suo passato, Ferry chiama in causa prima di tutto Bob Dylan, omaggiato con “It’s all over now, baby blue” in una versione tirata a lucido e con “Don’t think twice, it’s alright” per piano, voce e armonica: più solenne rispetto alla versione originale del 1963, ma comunque piacevolmente sobria. Come era prevedibile, Ferry non rinuncia al suo gusto per le produzioni sfarzose e si concede la presenza di un esercito di chitarristi che alterna vecchie conoscenze del rock inglese come Chris Spedding, Mick Green e Robin Trower (che produce anche un paio di brani), un fan come Jonny Greenwood dei Radiohead e un navigato esperto come Dave Stewart degli Eurythmics. Se aggiungiamo anche che Brian Eno compare in “One way love” e “I thought”, di cui è anche coautore, il rischio di avere il solito polpettone indigesto di nomi famosi si fa concreto. Ferry però riesce a mantenere l’equilibrio, passando da episodi più estetizzanti (“Hiroshima” e “San Simeon” che, a quanto dichiara l’autore, recupera versi rimasti esclusi dalla vecchia “In every dream home a heartache”) al bel siparietto cajun di “Goodnight Irene”, cover del classico di Leadbelly, fino al pop luccicante di “Goodess of love”, dedicata a Marilyn Monroe. Una volta tanto, il rock non ha fatto lo sgambetto a un divo sopra i cinquanta e anche se “Frantic” non è un disco essenziale, ha sufficienti pregi per farsi apprezzare da chi si appassiona alle vicende di casa Roxy Music.

(Paolo Giovanazzi)
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