«RADIO REBELDE - Modena City Ramblers» la recensione di Rockol

Modena City Ramblers - RADIO REBELDE - la recensione

Recensione del 18 apr 2002 a cura di Paola Maraone

La recensione

Ci si chiede, ascoltando “Radio Rebelde”, se la contaminazione valga sempre la pena. Se cioè l’eterno “ispirarsi a”, “assorbire da”, “mescolare con” ottenga davvero i risultati sperati o se non porti – come è nostra impressione – a un miscuglio non sempre felice. La potenza dialettica e la forza rivoluzionaria dei Modena City Ramblers, dall’inizio della loro storia dimostratisi capaci di far saltare davvero la gente, va qui come smarrita, dispersa lungo rivoli infiniti di suggestioni, stimoli, richiami. Persa è anche quell’atmosfera ruspante (rustica) dei tempi di “Riportando tutto a casa”: sacrificata in nome di una supposta dignità superiore, quella della non-globalizzazione a tutti costi, della denuncia di storture e brutture del Mondo dei Grandi, del solidarismo a tratti un po’ forzato. Qui ci sono riferimenti al G8, a Emergency, ai diritti del popolo Curdo, al Sudafrica. Sarebbe forse stato meglio concentrarsi su un numero minore di filoni, approfondendoli però con maggior attenzione, ché il rischio di operazioni a tutto tondo come questa è quello di mettere tanta, troppa carne al fuoco.
Per quello che riguarda la musica, già con "Fuori campo" (più di due anni fa) i Modena avevano mostrato di essere alla ricerca di nuove soluzioni sonore: senza tradire le proprie origini desideravano, sembrava, evolversi verso suoni etnici più moderni. Più aperti al mondo che cambiava, nel tentativo di abbandonare almeno in parte la vecchia patchanka e di rendersi ancor più trasversali, ancor più ibridi, ancor più a 360 gradi. Così in “Radio Rebelde” si trova un po’ di tutto: il disco è registrato a Napoli con i contributi di Daniele Sepe, Ornella Mancini e Marcello Colasurdo, qua e là si inseriscono i campionamenti di voci multilingue registrate direttamente da radio e tivù ed echi della tradizione balcanica, omaggi a Manu Chao, ai Caraibi e al punk rock dei Clash (“Veleno”), ritmi d’Irlanda (“Ramblers dub”) e poesie sudamericane (come in “Una perfecta excusa”, scritta appositamente per il gruppo da Luis Sepulveda). Omaggi alla letteratura (come in “Triste, solitario y final”, dal titolo di un romanzo di Osvaldo Soriano) e concessioni a melodie avvolgenti e orecchiabili (“Carretera austral”), ma anche tentativi di spingersi un po’ in là con la sperimentazione (“Pirata satellitare”). Tutto questo messo assieme dà un totale di tredici pezzi che sono mai meno che dignitosi (a nostro giudizio il punto più basso è quello di “Primo potere”), ma che non riescono nemmeno ad elevarsi ad astra, com’era probabilmente nelle intenzioni dei Modena City Ramblers. Ai quali auguriamo che, dopo aver perso per strada due componenti del gruppo (Cottica e Rubbiani), riescano a ritrovare una strada entusiasmante. Per sé e per chi li ascolta.

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