«THE THUNDERTHIEF - John Paul Jones» la recensione di Rockol

John Paul Jones - THE THUNDERTHIEF - la recensione

Recensione del 25 mar 2002 a cura di Diego Ancordi

La recensione

Nuovo episodio solista per John Paul Jones, dopo “Zooma” di oltre due anni fa. La formula proposta dall’ex-bassista dei Led Zeppelin non è cambiata nella sostanza e l’autore ce lo fa capire con il brano d’apertura “Leafy meadows”, molto simile al pezzo che apriva il disco precedente (al quale dava il titolo) e con la successiva “The thunderthief”. Basso potente, suoni moderni e tecnologici, strutture progressive e cupe atmosfere un po’ astratte. Niente a che vedere con quanto fatto con i Led Zeppelin. Piuttosto la nuova formula scelta da John Paul Jones lo accomuna a quanto fatto nell’ultimo decennio dai King Crimson, con i quali Jones ha l’anno scorso diviso un tour americano. Entrambi gli album del John Paul Jones solista sembrano proprio derivare più dal materiale della storica progressive band che da quanto realizzato in passato con Plant, Page e Bonham. Non a caso, se in “Zooma” trovavamo alla chitarra Trey Gunn, in “The thunderthief” (la title-track) troviamo Robert Fripp. Ma l’album si avvale anche del contributo di Peter Blegvad, autore di un paio di testi (e del disegno in copertina), del batterista Terl Bryant e del chitarrista Adam Bombs (su “Leafy meadows”).
Una somiglianza sconcertante, quella con la band di Fripp & Co., che rischia di mettere in ombra la reale validità della proposta di John Paul Jones. Così in questo nuovo lavoro Jones cerca di staccarsene allargando un po’ i campi d’intervento e suonando da solo buona parte degli strumenti. “Hoediddle”, per esempio, è introdotta da una bella chitarra solista seguita da una ritmica molto marcata, per svilupparsi poi verso una matrice folk con tanto di mandolino in chiusura. Il folk ritorna poi nel traditional “Down to the river to pray”, arrangiato per mandolino a tre manici (?!), e nella conclusiva “Freedom song”. L’atmosfera cambia completamente nella ballata per piano e voce “Ice fishing at night”, vicina ai moduli di scrittura di Peter Hammill. Il piano è importante anche in “Daphne”, che ne sostiene il riff portante là dove qualcun altro l’avrebbe improntato sulla chitarra, alla quale è invece affidata la parte centrale solista. “Angry angry” è invece un pezzo dall’incedere punk, mentre il fantasma del Re Cremisi si ripresenta in “Shibuya bop” (ma il suono dell’organo non vi riporta alla mente un certo Keith Emerson?).
“The thunderthief” è fondamentalmente un buon album, ricco di riferimenti agli anni ’70 nei quali è però evidente uno sforzo di attualizzazione notevole; in esso la tecnologia è utilizzata prevalentemente in funzione di certe sperimentazioni sonore senza le quali un lavoro come questo perderebbe buona parte del suo significato.

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