«FOR YOUR PLEASURE - Roxy Music» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'For Your Pleasure' di Roxy Music

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 16 set 2019 a cura di Franco Zanetti

La recensione

L’anno prima, nel 1972, l’album di debutto di questa prima sconosciuta band aveva calamitato più curiosità che interesse: tutto - dal nome alla copertina così glamorous, al look dei musicisti così com’erano ritratti all’interno della copertina apribile dell’album - poteva far credere che i Roxy Music sarebbero stati un one-hit wonder (e l’hit era “Virginia Plain”, of course, uscita come singolo e non inclusa nel disco). Bisognava leggere le note di copertina per scoprire che l’album era stato prodotto da Pete Sinfield (non propriamente l’ultimo arrivato, non foss’altro perché aveva resistito tre anni al fianco di Robert Fripp); e bisognava averlo ascoltato con qualche attenzione per cogliervi segnali allarmanti/eccitanti di obliquità (“Ladytron”).

Quando uscì, nel 1973, “the second Roxy Music album” - questo “For your pleasure” - erano più i critici pronti a sparare sul gruppo di quelli disposti a concedergli credito. E le credenziali esteriori non erano rassicuranti: una copertina vagamente fetish sulla quale campeggiava una Amanda Lear (è lei o non è lei? ma cerrrto che è lei!) in high heels e pantera nera al guinzaglio, attesa da un autista di limousine in divisa e berretto nero d’ordinanza (Bryan Ferry, e come no...), e all’interno della busta i ritratti dei cinque musicisti - uno in meno rispetto al disco di debutto: il quintetto ora constava di (da sinistra a destra) Brian Eno, Phil Manzanera, Bryan Ferry, Andrew “Andy” Mackay e Paul Thompson - in versione se possibile ancora più esagerata rispetto a quella dell’anno prima.

Ferry non ha più il giacchino leopardato e il ciuffo impomatato, ma esibisce un allucinante stivaletto dorato; Andy Mackay, che era parso quasi normale nella foto di “Roxy Music”, indossa una tuta bianco-argentea da sci-fi movie di serie C e ha i capelli a strisce biondo-grigie; Phil Manzanera, semplice tamarro dodici mesi prima, non ha più gli occhiali da saldatore ma in compenso veste una impossibile camicia da ballerino sudamericano con le maniche a balze (e scarpe con zeppa e tacco). Ma è Brian Eno a sconvolgere: i capelli lunghissimi pettinati all’indietro, un corpetto con piume di struzzo sulle spalle, pantaloni scampanati con paillettes, occhi bistrati e rossetto sulle labbra, sembra uno Ziggy Stardust più femminile e più languido.

Impressionante, davvero. Da una busta così, da un look così, ci si poteva aspettare di tutto, ma sul versante Slade, Sweet, Bay City Rollers: in peggio, insomma, rispetto all’album d’esordio. E invece. E invece “For your pleasure” è un disco stupefacente, per l’epoca (siamo, ricordatelo, poco meno di trent’anni fa!). Intanto contiene un episodio assolutamente alieno e deragliante: i nove minuti e 19 secondi di “The Bogus man”, sorta di suite ipnotica tenuta su da una batteria sempre uguale, monolitica, ipnotica, lontanissima dalla dance e semmai più vicina all’etno, punteggiata dai suoni maliziosi e sfiziosi creati dal synth di Brian Eno, dai soffi asmatici del sax di Mackay, dalla chitarra “discreta” di Manzanera. Un gesto di coraggio, di sprezzo del pericolo, ma anche un clin d’oeil alla critica colta che fino a quel momento aveva disprezzato il gruppo (del resto, si sa, “l’avanguardia alternativa / non fa sconti comitiva”).

Da “The Bogus man” si passa con suprema disinvoltura al puro languore di “Grey lagoons”, in cui Bryan Ferry mette in scena la sua migliore/peggiore incarnazione del crooner, con tutti i vezzi vocali che si porterà dietro per anni e anni; ma a meno di un minuto e mezzo irrompe il sax sfacciato di Mackay, che tiene la scena per quasi trenta secondi, e sposta l’equilibrio del brano verso il delirio, fin quando la chitarra di Manzanera riconduce il tutto nell’ambito del rock decadente, per ridare solo ai tre minuti e mezzo la palla a Ferry, che ci conduce a un finale estenuato. E la title track chiude l’album su toni rarefatti e sospesi, con patterns sonori ripetuti, e un break a due minuti in cui la voce di Ferry resta sola (“you watch me walk away”) e viene poi sostituita da cori celestiali, rumorini elettronici e fills di batteria echeggiata, che sfumano in una coda quasi da Corrieri Cosmici.

Finale glorioso e signorile, che chiude l’album su un tono lontanissimo da quello con il quale aveva aperto: “Do the Strand”, una “Virginia Plain” meno arrembante, efficace ma smaccatamente glam; seguita da “Beauty Queen”, Ferry in versione Elvis a Las Vegas, episodio minore del disco salvato solo (ma a fatica) da un intermezzo rumoristico; e se “Strictly confidential” comincia a dare segni di intelligente contaminazione stilistica - la voce piangente di Ferry s’alterna a coretti acidi e ironici - con le tastiere di Eno che giocano a rincorrersi col sax di Mackay, “Editions of you” la ributta sul lato disimpegnato, sul ROck+seXY che sta nella sigla del gruppo, nella vena già nota di “Virginia” e di Do the Strand” (ma persino con un eccesso di scheccamenti: ascoltate l’ “oooooohhh”! a 2’28”).

Da qui, però, è tutto magico: e la strepitosa sequenza del lato B dell’album - “The bogus man” / “Grey lagoons” / “For your pleasure” di cui s’è detto sopra - è introdotta e in un certo modo annunciata da un gioiello come “In every dream home a heartache”. Già il titolo è bellissimo, e bellissima è l’atmosfera della canzone, con Ferry che finalmente canta composto e distaccato, con un aplomb quasi da absynth friend: sotto di lui il sax, la chitarra, il synth fanno da glaciale tappeto sonoro per le parole che dicono l’impossibile amore usa-e-getta per una bambola gonfiabile (“my breath is inside you, inflatable doll, lover ungrateful, I blew up your body...”), prima che - a 3’ 04” - un breve e definitivo coro maschile ponga il sigillo all’idillio: “but you blew my mind”. E la coda strumentale, imponente e trascinante, ci porta attoniti - dopo una reprise di rumore Eno - all’attacco di “The bogus man”.

“For your pleasure” è, dunque, il momento di - impossibile - equlibrio e sintesi fra i Roxy Music come li voleva Bryan Ferry e i Roxy Music come li voleva Brian Eno: la solita vecchia storia dei due leader in contrasto, che quasi mai riescono a convivere. E infatti il dadaista, futurista, obliquista Eno lascerà la formazione dopo questo disco, per diventare un personaggio “fuori” dal rock, e perseguire una strategia espressiva borderline che darà frutti spesso entusiasmanti (ma a volte, va detto, anche eccessivamente cerebrali); mentre Ferry, rimasto capatàz assoluto, condurrà i Roxy Music a una carriera (più volte interrotta e più volte ripresa) nell’alveo della decadenza controllata, non priva di risultati pregevoli ma, purtroppo, assunta come riferimento (più estetico che artistico) da tante e dimenticabili band degli anni Ottanta, Duran Duran in testa.

TRACKLIST

01. Do The Strand (04:03)
02. Beauty Queen (04:41)
04. Editions of You (03:51)
06. The Bogus Man (09:20)
07. Grey Lagoons (04:13)
08. For Your Pleasure (06:51)
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