«AMERICAN ROOTS MUSIC - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - AMERICAN ROOTS MUSIC - la recensione

Recensione del 13 dic 2001 a cura di Diego Ancordi

La recensione

“American roots music” è parte di un progetto che prevede anche l’uscita di un formato in DVD/videocassetta e di un libro. Come la parte in video, questo cofanetto discografico è diviso in quattro parti, attraverso le quali si intraprende un viaggio alle radici della musica americana. Il rock americano, soprattutto quello cantautorale, si rifà dichiaratamente a quello che si ascolta in questi quattro CD, dal “blue collar” di Bruce Springsteen all’”americana” di Steve Earle. Ma non solo. L’intera produzione musicale “made in Usa” non prescinde dagli insegnamenti dei maestri del country, del folk o del blues. E allora via con banjo, violini, chitarre e fisarmoniche, per attraversare il Nuovo Continente in lungo e in largo dall’inizio del secolo ad oggi, attraverso le migrazioni di afroamericani dai campi di cotone del sud o di contadini dalle campagne del Kentucky e del Tennessee verso le grandi città come Chicago o Nashville. I personaggi che hanno costruito i cent’anni di storia della musica americana sono rappresentati qui in ordine cronologico, evidenziando così i passaggi dal suono acustico o rurale dei primordi alle versioni elettriche dei nostri tempi, piuttosto che l’evoluzione dei suoni, degli stili, della qualità di riproduzione o l’evolversi delle contaminazioni. Alcuni brani sono stati riregistrati, mentre altri ripropongono le originali versioni d’archivio.
Il primo CD è interamente dedicato al country, della cui evoluzione riprende le tappe attraverso 19 brani. Si apre con una recente improvvisazione su tema tradizionale registrata nella casa-studio di Ricky Skaggs a Nashville, che vede coinvolti Earl Scruggs, James Cotton, Marc & Ann Savoy, oltre allo stesso Scaggs. Si prosegue con alcuni esempi di “old time music” e di “hillbilly” di inizio secolo eseguiti da Jimmie Rodgers, dalla Carter Family e Uncle Dave Macon fino alle prime evoluzioni che hanno portato l’hillbilly e l’old time music a diventare country (“Wabash cannonball” di Roy Acuff), country-blues (“Sitting on top of the world” di Bob Wills) e bluegrass (“Uncle Pen” di Bill Monroe), o alle contaminazioni che hanno visto man mano l’introduzione di nuovi elementi come le velocissime evoluzioni del banjo (“Salty dog blues” di Lester Flatt & Earl Scruggs), l’uso della steel guitar su melodie hawaiiane (Cold cold heart” di Hank Williams), il canto acappella (“Where shades of love lie deep”), per chiudere con le contemporanee visioni country-jazz fusion di Béla Fleck & the Flecktones con l’insolito abbinamento di sax e banjo.
Il secondo CD vede invece il blues come inevitabile protagonista, e qui abbiamo un’evoluzione di stili ancora più marcata. Si parte con il James Cotton di “The King Biscuit time theme”, per sola voce e armonica, e la Mamie Smith di “Crazy blues, per sola voce e fiati. I primi esempi di blues rurale, per sola voce e chitarra, sono affidati a Blind Lemon Jefferson (“Black snake moan”), Chaley Patton (“Screamin’ and hollerin’ the blues”) e Robert Johnson (“Cross road blues”, suonato con stile “slide”). Uno stile più “pulito” è mostrato da Lonnie Johnson con “Another night to cry”, mentre la Whistler’s Jug Band unisce la voce e la chitarra al banjo e agli ottoni, mentre con Albert Ammons & Pete Johnson (“Boogie woogie dream”) fa la sua comparsa il piano boogie. Il gruppo elettrico viene introdotto da Sonny Boy Williamson (“Bye bye bird”), Howlin’ Wolf (“Shake for me”) e Muddy Waters (“Got my mojo working”). Si arriva ai nostri giorni con il B.B.King di “The thrill is gone”, il Robert Lockwood Jr. di “Take a little walk with me” e con il moderno blues dell’astro nascente Keb Mo’, più vicino ad atmosfere soul-pop con la sua “Henry”.
Il terzo Cd è diviso fra gospel e folk. Il capitolo gospel è aperto dall’elaborata e classicheggiante versione fra lirica e jazz a cappella della celebre “Joshua fit the battle” eseguita dai Fisk Jubilee Singers; segue una pacata e trascinata “Precious Lord take my hand” nella versione per voce solista, coro, piano e organo di Thomas A. Dorsey. Più vicina al boogie, nervosa e “cool”, la visione del gospel del Golden Gate Quartet in “Blind Barnabus”, mentre riconoscibile è lo stile di Sister Rosetta Tharpe nel classico “Down by the riverside” (con tanto di chitarra elettrica). Dopo la grande Mahalia Jackon e gli Staple Singers, si chiude con il brano gospel più famoso al mondo: “Oh happy day” nella versione conosciuta degli Edwin Hawkins Singers.
Otto sono i superclassici folk presenti sempre sul terzo CD, abbinati ad altrettanti “maestri” che costituiscono dei riferimenti artistici per intere generazioni di musicisti americani e non solo: da “This land is your land” (Woody Guthrie, voce e chitarra) a “Goodnight Irene” (Leadbelly, voce chitarra e armonica), da “If I had a hammer” (Peter Paul & Mary, ricordate la versione italiana di Rita Pavone intitolata “Datemi un martello”?) a una versione di “We shall overcome” realizzata da Pete Seeger con la corale gospel SNCC Freedom Singers, fino a “The times they are a-changin’” di Bob Dylan.
Tre i generi rappresentati nel quarto CD. Qui troviamo sei brani presi dalla tradizione cajun/zydeco: dalla vecchia “Allons à Lafayette” di Joe Falcon & Cleoma Breaux a “I’m a hog for you” di Clifton Chenier, fino allo zydeco contemporaneo di Steve Riley e i Mamou Playboys con “Ossun two-step”. A seguire troviamo sei brani della tradizione “tejana”, quella ispirata alla cultura messicana e sudamericana da cui è derivato il più moderno tex-mex, qui rappresentata da personaggi come Lydia Mendoza (“Mal hombre”), Narciso Martinez (“Muchacha bonita”) o Flaco Jimenez (“Sorry boy”). Uno spazio è riservato anche alla tradizione dei nativi americani, con sei canti pellerossa.
“American roots music” è dunque una raccolta abbastanza rappresentativa di quelle che sono le radici del rock americano, accompagnata da un esaustivo booklet di copertina con un compendio storico, parecchie fotografie e un commento scritto per ogni canzone contenuta. Uno strumento utile per capire meglio da dove viene il rock americano.

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