«TAPIRULANT - Pseudofonia» la recensione di Rockol

Pseudofonia - TAPIRULANT - la recensione

Recensione del 03 giu 2001

La recensione

C’era un tempo in cui sorgevano gruppi che, mischiando senza soluzione di continuità musica etnica e rock, riuscivano a cambiare le regole del gioco musicale, in qualche modo rigeneravano la popular music aprendole porte e finestre. Si chiamavano Negresses Vertes, Mano Negra, Pogues….. Una stagione importante che ebbe anche in Italia un suo senso e dei suoi protagonisti, Mau Mau in prima fila.
Poi poco a poco la vitalità, prerogativa indispensabile per questo incrocio di stilemi, venne parzialmente a perdersi in una moltitudine di nuove formazioni folgorate su questa nuova via, ma che, perlomeno su disco, spesso non riuscivano a offrire più quello scatto, quella presa, quel passo. E, soprattutto, non riuscivano a trovare formule nuove, ripetendo le vecchie pedissequamente. E questa è la storia di oggi, Manu Chao a parte. Sennonché dalla Puglia compare un gruppo chiamato Psedofonia ( già con un decennio di attività sulle spalle), ragazzi pugliesi che da una parte non sfuggono al già sentito, anzi diciamo pure che non cambiano di una virgola i cocktail già noti, copiano pure ( e lo dicono nelle note). Non nascondono l’amore per i Negresses Vertes, anzi in “22 maggio” lo esplicitano senza lasciare il minimo dubbio. Ma dall’altra riescono a ricreare la magia, il gioco di prestigio. Perché loro riescono e altri no è un mistero, come appunto in un gioco di prestigio. Forse sarà per la capacità di impastare le voci, forse per le chitarre in levare. Ma quel che conta, accidenti, è che finalmente si risente musica con un corpo, un’anima, un cuore.
Variano, giocano, divertono. E van veloci: ritmi africani, ska, klezmer o quel che capita, ma, vento tra i capelli, non perdono velocità, incollati alla strada anche in curva. E soprattutto non escono di strada. Proprio come su un “Tapirulant”.
Nei testi alternano dialetto pugliese, italiano, un po’ di francese. Musicalmente è inutile elencare tutti gli elementi stilistici che utilizzano (sono i soliti con qualche dose rinforzata di Giamaica). Quel che conta è che, ascoltando questo disco, non si sente l’arrancare e il cigolare di altre formazioni del genere. Hanno saputo oliare i meccanismi questi Pseudofonia. E il motore gira a mille. E’ difficile che musica così riesca a rendere anche su disco. Loro ci riescono.

(Francesco Casale)
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