«REGENERATION - Divine Comedy» la recensione di Rockol

Divine Comedy - REGENERATION - la recensione

Recensione del 16 mag 2001

La recensione

Ricominciare da capo, dopo undici anni di carriera. Come se ad un bivio avessero sbagliato strada perdendosi tra fronde troppo intricate, i Divine Comedy hanno deciso di fare tabula rasa di ciò che ha portato la loro musica, per troppo tempo, a trasformarsi in barocche melodie teatrali al limite dell’artificio. Mentre dei fantocci circondati da toni caldi, costruiti con vetroresina e metallo, corrono veloci in cerchio; un cerchio vitale che diventa perfetta trasposizione del titolo del disco.
“Regeneration” comincia proprio dai soggetti ritratti sulla copertina che infondono un’atmosfera che porta agli stadi primordiali della vita stessa. E, come d’incanto, dopo essere state utilizzate come arredamento per lo studio di registrazione in cui è stato concepito il disco, le sculture sono diventate non soltanto simbolo, ma anche la forza rigenerante di un album che fin dal principio vuole apporre la parola “modernità” ad un passato ormai stantio.
I Divine Comedy hanno pensato di rassettare il mondo che li circondava, eliminando il superfluo. Nel loro caso mondo composto da decine di orchestrali e produttori che, a quanto sembra, non sono riusciti a tirar fuori la vera essenza del gruppo, fatta di dolce malinconia e illuminata da barlumi di speranza e ironia. “Perché passare ad un’orchestra di cento ad una di duecento persone, quando sette elementi possono fare lo stesso lavoro?”. Deve essere stato questo ciò che Neil Hannon e compagni hanno pensato entrando in studio con il nome di Nigel Godrich impresso nella mente. Nome che, per fortuna e per disgrazia, si porta dietro un invidiabile – ma oneroso – bagaglio di altri riferimenti, dai Travis ai Pavement fino a Beck e ai Radiohead. Nigel non ha fatto altro che pervadere “Regeneration” delle sonorità a lui più familiari che, se da un lato rimandano dritti e spediti al gruppo di Thom Yorke, dipingendo sulla faccia di molti una vistosa smorfia di disappunto (“Lost property”, “Regeneration” e “Note to self”, in particolare), dall’altro lascia campo libero alle altre – e numerose – influenze che ogni elemento del gruppo ha acquisito negli anni. Ascoltando le tracce di “Regeneration” ci si può quasi immaginare immersi in una vasca piena di acqua molto calda che appanna la vista e annulla i sensi, dando l’impressione di trovarsi davanti ad uno Ziggy Stardust annacquato o qualcos’altro – tra il glam e il kitch – già sentito, ma molto meno entusiasmante (“Bad ambassador” e “Perfect lovesong”). Eppure i Divine Comedy alla fine ti circondano con la leggerezza delle loro canzoni e il sarcasmo agrodolce di parole che fissano sulla carta, con frasi brevi fermate da punti, ritratti perfetti di una vita imperfetta.
Del resto, lo stesso Neil Hannon ha una visione alquanto filosofica della sua esistenza. E un brano non è un brano, fino a quando qualcuno non gli presta la dovuta attenzione.

(Valeria Rusconi)
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