«THE RED THREAD - Arab Strap» la recensione di Rockol

Arab Strap - THE RED THREAD - la recensione

Recensione del 06 apr 2001

La recensione

Una sottile linea rossa orizzontale taglia come una lama le pagine ruvide del libretto di “The red thread”, ripetendo il suo percorso sul retro della copertina per finire, come una ferita da cui stilla sangue, sul disco vero e proprio; un espediente grafico a rappresentare, simbolicamente, la chiusura di quel cerchio iniziato sei anni fa da Aidan Moffat e Malcolm Middleton, duo scozzese dal nome bizzarro.
Il file-rouge che s’insinua tra le maglie sfibrate di questo quarto lavoro, “il quarto che chiude la trilogia degli Arab Strap” – per utilizzare le parole di Aidan – è fatto di racconti che se potessero essere esposti come un quadro, diventerebbero i più shoccanti esempi del movimento pittorico iperealista. Ritratti nudi e crudi quasi quanto le parole tormentate di Pier Paolo Pasolini; storie vere e grette che non hanno bisogno di rima. Sesso, donne, rapporti umani, mattinate ubriache, notti passate dietro i vetri appannati di un pub. Una struttura scheletrica di freddo metallo, carcassa moderna a cui vengono appesi suoni flaccidi e sfilacciati di chitarre e archi, che si ripetono pesanti traccia dopo traccia, come fossero un corpo esausto consumato dal marciume della vita. E, poi, le urla, come nel coinvolgente crescendo di “The long sea”. Grida malate di strumenti che si fanno voce umana. I pungenti suoni urbani di “Last orders”, che fanno pensare all’orizzonte bagnato dalla foschia delle prime ore del mattino, alle ciminiere fumanti di periferia, all’asfalto unto da macchie di petrolio, alle file di case tutte uguali di un qualsiasi quartiere popolare inglese. Un disco per compiacersi delle proprie scelleratezze e nuotare nelle acque torbide del dolore.
Perché in fondo, come qualcuno ama ricordarci, siamo poco o niente.

(Valeria Rusconi)
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