«BACK TO THE BLUES - Gary Moore» la recensione di Rockol

Gary Moore - BACK TO THE BLUES - la recensione

Recensione del 05 apr 2001

La recensione

Irlandese come Rory Gallagher, Gary Moore ha un passato rock non indifferente diviso fra la carriera solista e la militanza tra le fila di storiche band come gli Skid Row, i Thin Lizzy e i Colosseum del secondo corso, oltre a collaborazioni con diversi artisti come Ginger Baker e Jack Bruce, Albert King, Albert Collins e B.B. King. Alternando la sua attività artistica fra un rock d’impronta hard e il blues elettrico, Gary ha alternato anche le sue prestazioni al livello qualitativo, senza tuttavia mai lasciare dubbi circa il suo talento. Oggi, dopo un paio di lavori d’impronta più sperimentale, il chitarrista torna alle dodici battute, dove si mostra grintoso ed elastico, avendone analizzato ogni aspetto e ogni stile. Basta l’ascolto dell’album “Still got the blues” per attraversare trasversalmente tutti gli stili blues che possono stare nello spazio di un disco. E anche nel nuovissimo “Back to the blues” il nostro si cimenta con alcuni classici di genere, costruendo un album che non dice nulla di nuovo ma si mostra come lavoro vario e ben suonato, teso e vibrante. Dopo un’introduzione acustica di dobro, l’iniziale “Enough of the blues” sfocia in un grintoso riff alla Elmore James che spiana la strada allo shuffle di “You upset me baby” (con tanto di fiati), al boogie di “Cold black night”, al lento superclassico “Stormy monday”, al classico soul “I ain’t got you” e così via sulla strada della musica del diavolo, condita da un paio di lunghe ballate strumentali: “Picture of the moon” è una specie di fotocopia sbiadita della “Still got the blues” che 11 anni fa dava il titolo all’omonimo album, mentre “The prophet” è pure lenta e un po’ noiosetta. Meglio la più tirata “How many lies”: sangue, bugie e sudore. Si chiude con “Drowning in tears”, un altro lentone, decisamente migliore dei due precedenti; brano cantato notturno e struggente, meno scontato e meglio strutturato. “Drowning in tears” chiude con feeling una buona prova di Gary Moore, dunque, acquistabile a scatola chiusa da parte degli appassionati di blues elettrico e di rock-blues.

(Diego Ancordi)
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