«BREACH - Wallflowers» la recensione di Rockol

Wallflowers - BREACH - la recensione

Recensione del 30 ott 2000

La recensione

Quattro anni tra il secondo e il terzo album fanno un periodo onesto per un buon taglio di rock and roll. Non un intervallo troppo breve, che rivelerebbe l’ansia di cavalcare l’onda comunque; ma nemmeno un’era, come succede ai Pink Floyd, giusto per dire un nome. E, quattro anni, danno anche qualche indizio sui Wallflowers e sul loro ultimo lavoro, “Breach”. Negli Stati Uniti li definirebbero una band “laid back” – qualcosa come rilassata, posata, in controllo; e questa loro normalità, la mancanza di quell’atteggiamento che è di chi deve esserci e farcela ad ogni costo, si riflette su una musica che è assolutamente tradizionale ma che è assolutamente necessario tenere viva decennio dopo decennio. Autentico pop rock americano.
Jakob Dylan ottiene molta attenzione e copertine per via del suo cognome ma – chiarito il punto – dobbiamo constatare che nel suo lavoro riesce molto meglio di un Julian Lennon e di un Dweezil Zappa. Il suo problema sono le liriche: non perché non siano buone – al contrario, c’è talento vero anche questa volta; ma perché in chi ascolta il paragone, almeno per un nanosecondo, corre sempre a quelle di Bob; e importa poco che siamo ormai alla terza puntata: questo resterà un riflesso incondizionato e rimarrà una sfida persa in partenza.
Come in passato, gli episodi migliori di “Breach” sono quelli in cui Jakob si concentra più sul gruppo che sui suoi testi: quando la band fatica a tessere una trama all’altezza dell’obiettivo lirico del leader, il risultato è mediocre (accade, ad esempio, in “Witness”); quando macina in relax, al contrario, sfodera piccole gemme come “Letters from the wasteland” o “Birdcage”, diverse tra loro ma accomunate dalla solidità del suono e dall’omogeneità dell’impasto.
Qualche ascolto e il CD diventerà un compagno difficile da cui separarsi. Il vero fan del gruppo sappia che “Bringing down the horse” era migliore, ma ricordi anche che quell’album era un mini-capolavoro per il suo genere, anche perché capitò a metà anni Novanta e indicò nei Wallflowers una band che girava con un cordone ombelicale lungo trenta e passa anni senza vergognarsene. “Breach” è OK, e fa venire voglia di andare a vederli suonare dal vivo.
(Giampiero Di Carlo)

TRACKLIST

01. Letters from the wasteland”
02. Hand me down
03. Sleepwalker
04. I've been delivered
05. Witness
06. Some flowers bloom dead
07. Mourning train
08. Up from under
09. Murder
10. Birdcage
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