La nuova versione di “Crêuza de mä”: l’ascolto. Il testo: chi canta cosa.

Il brano simbolo del cantautore genovese, nato per l’inaugurazione del nuovo ponte di Genova, è stato interpretato da diciotto artisti. Ecco il commento di un giornalista genovese e il testo completo con le diverse voci che lo cantano.

La nuova versione di “Crêuza de mä”: l’ascolto. Il testo: chi canta cosa.

In Liguria la crêuza è una mulattiera, spesso con dei gradoni sconnessi, che sale verso la collina o che dal verde arriva verso il mare. È accompagnata da muri a secco, a volte con dei cocci di vetro colorati sopra, sembrano delle sentinelle. È un limite. Un confine che nella canzone simbolo di De André fa da sfondo a istantanee di piccole grandi umanità. Per i liguri e per chi ama la Liguria, paradossalmente, la crêuza non “chiude” in un limite stretto fra due mura, ma porta verso uno spazio aperto, per questo è un luogo dell’anima. Un’anima ferita a morte dopo il crollo di Ponte Morandi, il 14 agosto 2018.

Oggi Genova, a due anni di distanza da quel buio infinito, ha un nuovo Ponte e guarda al futuro. Ma non dimentica e non può farlo. La nuova versione di “Crêuza de mä”, ideata dalla vedova di De André, Dori Ghezzi, e curata musicalmente da Mauro Pagani, già co-autore e arrangiatore della versione originale del 1984, deve essere calata in questa attualità o rischia di essere compresa solo marginalmente. Si tratta di una nuova edizione, a cui hanno contribuito diciotto artisti, nata per stringersi attorno alla città e alla sua riscossa, sulle parole e le note di una canzone simbolo. Molti dei nomi scelti sono azzeccati, altri meno. Attenzione: la questione non è la pronuncia più o meno corretta delle parole in genovese, ma l’intensità nel cantarla. Anche perché la forza di “Crêuza de mä” non è stata, come banalmente spesso si crede, solo aver fatto assurgere il genovese a lingua ascoltata a livello nazionale e internazionale, ma l’averla legato a suoni, parole e riferimenti di varie culture mediterranee e non, riallacciandosi alla storia multietnica e multiforme di Genova e quindi dell’Italia.

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I grandi mix di timbri vocali difficilmente, soprattutto su canzoni di questo tipo, funzionano. L’iconico attacco del brano è intatto, con la voce dello stesso De André. Inevitabilmente, fra gli artisti scelti, c’è chi si lega alle parole del brano, chi le fa sue, mentre altri le ripetono come una messa cantata. Le parti assegnate a Vasco Rossi, Vittorio De Scalzi, Vinicio Capossela, Giua, Guccini, Cristiano De André e Fossati, solo per fare alcuni esempi, seppur nella brevità del contributo, sono sulla pelle degli stessi artisti, hanno una vibrazione tutta loro. E si sente. Fresu accarezza il testo con la sua tromba. La sostituzione delle voci del Mercato del Pesce di Genova, registrate da De André per la parte finale della canzone, con quelle di Jack Savoretti e Sananda Maitreya può comprensibilmente far storcere il naso. Quelle urla catturate dalla pancia della gente che affollava quel luogo di scambio così legato alle radici della città, non sono sostituibili. La resa finale, al netto di alcune zone d’ombra, regge, grazie e soprattutto alla regia di Pagani. Se poi questa versione la si paragona a interpretazioni come quella di Morgan tradotta tragicamente in italiano, non si può che apprezzare, soprattutto nel coro di voci che affolla il ritornello, quel ciondolante “eianda euè” più denso e forte rispetto all’originale come se fossero più abbracci.

Un’ultima considerazione: proprio per le premesse fatte, sarebbe stato significativo veder comparire in questa canzone almeno uno di quei ragazzi che, in questi anni, hanno saputo raccontare Genova meglio di tanti cantautori contemporanei. Tedua, Izi, Bresh, solo per fare alcuni nomi della scena rap ligure, riconosciuta a livello nazionale e sempre distintasi per visceralità e intensità dei testi, non ci sono. La questione non è il volere per forza schierare un rapper (anche gli Ex-Otago, nel campo pop, si sarebbero potuti prendere in considerazione), ma poiché la canzone nasce come lettera d’amore per il futuro della città e del Paese, sarebbe stato bello quel futuro, in questo caso artistico, vederlo in parte rappresentato.

I diciotto artisti e le parti di testo cantate: Fabrizio De André (Umbre de muri, muri de mainé dunde ne vegnì duve l'è ch'ané), Mina (Da 'n scitu duve a l'ûn-a a se mustra nûa e a neutte a n'à puntou u cutellu ä gua), Zucchero (E a muntä l'àse gh'é restou Diu, u Diàu l'é in çë e u s'è gh'è faetu u nìu), Diodato (Ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria), Gianna Nannini (E a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria), Mauro Pagani (E 'nt'a cä de pria chi ghe saià), Giua (Int'à cä du Dria che u nu l'è mainà), Vinicio Capossela (Gente de Lûgan, facce da mandillä, qui che du luassu preferiscian l'ä), Vasco Rossi (Figge de famiggia udù de bun che ti peu ammiàle senza u gundun),  Paolo Fresu, Vittorio De Scalzi (E a 'ste panse veue cose ghe daià, cose da beive, cose da mangiä, frittûa de pigneu, giancu de Purtufin, cervelle de bae 'nt'u meximu vin), Antonella Ruggiero (Lasagne da fiddià ai quattru tucchi), Francesco Guccini (Paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi), Ivano Fossati (E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi, emigranti du rìe cu'i cioi 'nt'i euggi), Ornella Vanoni (Finché u matin crescià da puéilu rechéugge), Giuliano Sangiorgi (Frè di ganeuffeni e dè figge), Cristiano De André (Bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä) e Jack Savoretti, Sananda Maitreya.

(Claudio Cabona)

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