Renato racconta Zero, il folle: 'Grazie a lui ho mandato a fanculo la borghesia'

Il nuovo disco, tra riflessioni sulla società contemporanea e sul tempo passato, omaggi ai grandi maestri che non ci sono più e riferimenti agli stupefacenti, è l'ennesimo viaggio dentro lo zero-pensiero: la videointervista.

Renato racconta Zero, il folle: 'Grazie a lui ho mandato a fanculo la borghesia'

Accosta il nome di Gesù Cristo a quelli di Lady Gaga, Freddie Mercury, Pier Paolo Pasolini, Lindsay Kemp e Paolo Poli: "Perché un po' ci si nasce così stravaganti, desiderosi di espandere questa allegria, questa voglia di vivere, tra genio e sregolatezza". Fa salire sul palco i musicisti che hanno preso parte alle registrazioni dell'album, "per rispetto e devozione" nei confronti di quella che chiama "la manovalanza": "Ho seppellito ieri mattina Pro Tools. Aveva un po' rotto il cazzo. I dischi non si fanno a casa, davanti a uno specchio". Attacca le major della discografia, dalle quali si è smarcato già qualche anno fa, fondando un'etichetta tutta sua: "Non frequento più le multinazionali perché non rappresentano il mio paese, la mia musica. Quando faccio scelte così radicali e nette è anche perché cerco di trasmettere un messaggio a chi rinuncia a questo diritto e si lascia manomettere dalle multinazionali". Per Renato Zero la presentazione di un album è tradizionalmente un modo per sfogarsi, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa: "Cosa dirà stavolta?", "Con chi se la prenderà?", si domandano alcuni giornalisti salendo le scale del teatro scelto dal cantautore romano per far ascoltare in anteprima - nel giorno del suo 69esimo compleanno - "Zero il folle", la Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica, a Roma. Anche stavolta non delude. Pc, tablet e cellulari vengono sigillati in buste di sicurezza all'ingresso della sala. Nessuno è autorizzato ad accedere in teatro con un dispositivo elettronico: "Fino a venerdì il disco deve rimanere segreto", dice il suo addetto stampa, spiegando che è assolutamente vietato realizzare riprese audio o video.

"Zero il folle", in uscita questo venerdì, 4 ottobre, trentesimo album in studio di Renato Zero in cinquant'anni di carriera (cinquantadue, per l'esattezza), è un nuovo viaggio dentro lo zero-pensiero. L'ennesimo. Alle porte dei settant'anni, Renato Fiacchini continua a guardarsi allo specchio raccontando il suo presente e ripensando al tempo stesso al glorioso passato: il Piper, le piume di struzzo, gli abiti tutti lustrini e paillettes. Non senza nostalgia. "Quelli sono stati espedienti che mi hanno aiutato a fuggire da una vita grigia come quella di mio padre: sognava di essere un baritono ma non lo è mai diventato", racconta, "io non sono un mestierante: sono uno che è uscito dagli schemi, che ha mandato a fare in culo la borghesia per la voglia di stupire e di smuovere le coscienze, la sensibilità degli altri. Un portatore sano del coraggio". Se ci è riuscito, spiega, è merito soprattutto di Zero. Ne parla - più che come di un alter ego - come di un'entità più grande di lui. Molto più grande di lui. Che lo ha posseduto, dice, quando aveva quindici anni: "Mi ha strappato via dalla noia e mi ha infuso il desiderio di cambiare le cose e la vita". Per anni ha provato a combatterla: "All'inizio io e Zero non andavamo molto d'accordo, era invadente. Andai a Sanremo vestito da ometto per metterlo in riga: 'Datte 'na regolata, altrimenti fa una finaccia'". Ora, invece, ha imparato a conviverci pacificamente. E questo album è un modo per omaggiare quello spiritello.

Ho seppellito ieri mattina Pro Tools. Aveva un po' rotto il cazzo. I dischi non si fanno a casa, davanti a uno specchio.

Registrato a Londra insieme a Trevor Horn (pluripremiato produttore di fama internazionale, già al fianco di Paul McCartney, Pet Shop Boys e Robbie Williams) e agli ex Dire Straits Alan Clark e Phil Palmer, il disco vede il cantautore romano portare avanti il discorso intrapreso qualche anno fa con "Alt", continuando a mischiare invettive con guizzi di zerofollia. Solo che rispetto agli ultimi lavori di Zero qui i due elementi sono più bilanciati. Tredici canzoni scritte insieme agli stessi Phil Palmer e Alan Clark ma anche ad autori italiani come Danilo Madonia e Lorenzo Vizzini (già collaboratore di Ornella Vanoni e Laura Pausini), tra pop, funk, echi anni '80 e qualche ballata. Riflessioni sulla società contemporanea ("La culla è vuota", "Un uomo è"...") e sul tempo passato ("Questi anni miei"). Omaggi ai grandi maestri che non ci sono più ("Quattro passi nel blu"). Riferimenti agli stupefacenti (nel testo de "La vetrina" la droga viene chiamata con il suo nome: cocaina). E non poche critiche a quella che definisce "la propaganda dell'esposizione", al mondo delle classifiche e dei like sui social: "C'è una competizione insana che consiste nel voler superare a tutti i costi Sara Ferragni", dice Fiacchini. Qualcuno gli fa notare che ha sbagliato il nome dell'influencer, e la sua risposta fa sorridere: "Vedete cosa vuol dire non frequentare i social? Noi della giungla non siamo aggiornati".

All'ascolto in anteprima, a cui partecipano - oltre ai giornalisti - anche alcuni fan, divertono "Ufficio reclami" (un botta-e-risposta tra Zero nei panni di un peccatore e un coro di preti e suore, con un finale in stile "Centro di gravità permanente", con quegli uacciuari-uà che Battiato dissacrò come stereotipi delle canzoni pop inglesi) e la canzone che dà il titolo al disco intero, "Zero il folle", con un'introduzione che ricorda il Paul Simon di "Graceland". Sembrano pensate per permettere al cantautore di dare sfogo a tutta la sua teatralità durante i concerti: "Le influenze sono necessarie per stabilire una volta per tutte che siamo figli della stessa madre. È bello, per fare un esempio, avere delle affinità con Battiato, che saluto e che ammiro come artista. Attingere da queste vicinanze è di grande conforto per me, piuttosto che andare a scimmiottare i rapper statunitensi".

Sono uno che è uscito dagli schemi, che ha mandato a fare in culo la borghesia per la voglia di stupire e di smuovere le coscienze, la sensibilità degli altri. Un portatore sano del coraggio

Di sé, Fiacchini dice di essere "un peccatore eccellente", uno che non si aspetta "grandi cose dal piano superiore". Del passato, che "la naftalina conserva gli abiti ma non le persone". Delle sue canzoni, che non ha cercato di dare risposte, ma - al contrario - di dare la possibilità agli altri di farsi domande: "Quello che deve fare un artista è smuovere le coscienze, così come hanno fatto Gaber, Jannacci, De André, Dalla, ma anche Modugno: 'Vecchio frack' è un capolavoro della letteratura musicale". Del pubblico, i sorcini che lo hanno seguito in ogni sua follia, che "la loro aderenza al mio pensiero mi ha consentito di non allontanarmi mai dalla passione e dall'impegno". Per ringraziarli, Zero ha scelto di riportare nella scaletta dei concerti del tour che partirà il 1° novembre proprio da Roma (con sei date già tutte sold out) - e che ha deciso di produrre e organizzare da sé, con la sua società - i cavalli di battaglia che aveva volutamente escluso dalle ultime tournée, come quella di "Zerovskij": "Il fatto è che io sono troppo avanti. Quel progetto lo capiranno tra trent'anni. Avere il coraggio di portare in scena 150 famiglie e di spendere 330mila euro a sera per me è stata la prova più grande di essere Renato Zero".

di Mattia Marzi

Dall'archivio di Rockol - racconta "Zerovskij... solo per amore"
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