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NEWS   |   Italia / 28/02/2019

Francesco De Gregori: 'Non mi parlate di politica, di Sanremo e di me'

Francesco De Gregori: 'Non mi parlate di politica, di Sanremo e di me'

Il cantautore si racconta in occasione della partenza di "Off the record", la residency al Teatro Garbatella di Roma: lo abbiamo incontrato.

Francesco De Gregori ha appena finito di salutare gli amici e i parenti che ha invitato alle prove generali dello spettacolo, firmato alcuni autografi e posato per qualche selfie. "Ora devo farmi interrogare", dice, sorridendo, prima di raggiungere i giornalisti che lo stanno aspettando già da un po' seduti tra le prime file della piccola sala, ormai vuota, per parlare dei venti concerti che da oggi (e fino al 27 marzo) lo vedranno esibirsi nel piccolo teatro romano di fronte ad un pubblico di appena 230 spettatori a sera. Il Principe si accende una sigaretta, si appoggia a bordo del palco e si prepara a rispondere alle domande: "Non mi parlate di politica, di Sanremo e di me", avverte. Ma sa bene che la sua richiesta verrà rispettata solo in parte.

D'altronde è stato lui stesso a stuzzicare la curiosità, durante le prove del concerto. In "Via della povertà", la sua versione in italiano di "Desolation row" di Bob Dylan, le "cartoline dell'impiccagione" sono diventate "cartoline del Ku Kux Klan". E sulle "cinque stelle" di "Generale" gli è scappata una mezza risata: "Non c'è niente da dire. Poi io non parlo. Che c'è da dire? Lo capite da soli". Sono piccoli dettagli che non passano inosservati. Come la scelta di aprire il concerto con "Viva l'Italia" e "Ma che razza de città" di Gianni Nebbiosi (un ritratto impietoso di Roma, scritto all'inizio degli anni '70 ma di un'attualità disarmante): "Non è casuale. Se faccio una scaletta che comincia così un motivo ci sarà", risponde secco. Niente da fare. Preferisce parlare del fondale che l'artista campano Paolo Bini ha realizzato appositamente per questa residency di venti date e che - insieme a un registratore a bobine Revox posizionato alle spalle dei musicisti - rappresenta di fatto l'unico elemento scenografico sul palco: "È sintomo di modernità che un artista come lui abbia accettato di lavorare con un cantautore. Le arti si devono incontrare", commenta De Gregori, che recentemente ha collaborato anche con Mimmo Paladino per il vinile di "Anema e core", "è un fondale luminoso, illumina un concerto che ha dei momenti di gravità. Nel senso che non parliamo sempre di noccioline. Mi sembra sia giusto che la canzone non si occupi sempre di noccioline".

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Oggi che i concerti vengono trattati come eventi muscolari, tra megaschermi, megapalchi e megascenografie, questa residency rappresenta per il cantautore un modo per saltare meccanismi consolidati del suo mestiere e cercare una maggiore intimità con il pubblico: "Sapere che gli spettatori mi possono vedere da vicino, e senza un maxischermo, crea un altro tipo di dialogo e di ascolto. È una scommessa per quelli che sono i moduli dello show business italiano. Perché lo faccio? Perché mi piace suonare, perché mi piace provocare e perché mi diverto. Il mio mestiere è fare quello che mi va di fare". La parola chiave è improvvisazione: "Questi giorni mi è venuto sempre in mente 'Hellzapoppin'' [il film capolavoro del nonsense diretto da H.C. Potter nel 1941]. Può succedere davvero di tutto", dice lui. Insieme alla sua band, Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso, Carlo Gaudiello al piano e tastiere, Paolo Giovenchi alle chitarre e Alessandro Valle alla pedal steel guitar e al mandolino, ha preparato per questi concerti circa sessanta canzoni. Ovviamente non le suonerà tutte ogni sera: "La scaletta è mobile. L'unico nucleo più o meno fisso è quello finale, in cui faccio ascoltare le mie canzoni più 'mainstream': lì ci potranno essere 'Titanic', 'Alice', 'La donna cannone'".

Sono canzoni scomode. Se fossi andato a Sanremo con queste canzoni sicuramente non solo non sarei arrivato primo, ma sarei stato ansioso di un giudizio che non le avrebbe premiate.

Per rendere meglio l'idea, a un certo punto De Gregori si fa portare un grosso tabellone con su scritti tutti i titoli dei brani che ha provato. Quello che colpisce è la grande quantità di canzoni mai eseguite dal vivo o eseguite solo raramente: "Festival", "I matti", "Quattro cani", "Pablo", "Stelutis Alpinis", "Baci da Pompei", "Showtime", "Cardiologia". Alle prove fa ascoltare - tra le altre - "San Lorenzo" (è l'ultima traccia di "Titanic", 1982, lo stesso album di "Caterina" e "La leva calcistica della classe '68") e "A Pa'" (dedicata a Pier Paolo Pasolini, pescata da "Scacchi e tarocchi" del 1985): "Sono canzoni scomode. Se fossi andato a Sanremo con queste canzoni sicuramente non solo non sarei arrivato primo, ma sarei stato ansioso di un giudizio che non le avrebbe premiate. C'è un pubblico che le ama, che le vuole ascoltare anche se le radio non le passano, che non vuole solo noccioline. E il teatro mi sembrava il posto giusto per riproporle", spiega lui. Che poi, sollecitato sul tema delle radio, viene invitato a dire la sua sulla proposta di legge relativa alle quote minime di musica italiana da imporre alle emittenti radiofoniche: "Mi sembra una stronzata. Non so che artista sarei oggi se da ragazzo non avessi ascoltato tutte le canzoni straniere che passavano in radio. Sarei favorevole soltanto al fatto che un terzo della programmazione venisse riservato alle mie, canzoni (ride)".

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Sembra particolarmente rilassato, De Gregori. Si prende meno sul serio che in passato: ha voglia di divertirsi e di scherzare. Sul palco, provando le canzoni, si toglie pure il cappello e gli occhiali scuri, da cui non si separa quasi mai: "Facciamo come se fossimo dentro casa", dice. La voce è come il vino, quello che si fa portare per accompagnare la terza sigaretta: più invecchia e più diventa buona, così ruvida e rugosa. Tornare ad esibirsi per una piccola platea lo riporta per certi versi agli anni del Folkstudio, il locale di Trastevere che nella seconda metà degli anni '60 fu la culla della prima scuola di cantautori della Capitale, quei quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla che Venditti avrebbe nostalgicamente ricordato qualche anno più tardi nella sua "Notte prima degli esami": "Sono uno di quelli che ha fatto la gavetta. Bella. Suonare per quindici o venti persone, a quell'età, non era assolutamente frustrante. Ricordo che Cesaroni, il gestore del Folkstudio, mi dava 500 lire perché suonassi fuori dal locale per attirare gente", riflette il cantautore, mentre qualcuno gli porge un posacenere.

 I dischi non hanno futuro, oggi come oggi. Le case discografiche sembrano più interessate alle raccolte che ai dischi di inediti. Oggi se avessi dieci brani nuovi probabilmente non farei un album ma li presenterei direttamente live.

Per buona parte delle prove le bobine del registratore in fondo al palco girano, ma De Gregori promette che da questa residency non verrà tratto alcun disco dal vivo: "Non registro niente. Anzi, ogni sera inviterò il pubblico a non riprendere il concerto con i cellulari. Come la frase sulla lapide di Keats: 'Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua'. Ecco, questi concerti sono scritti sull'acqua". Se i concerti al Teatro Garbatella resteranno scritti sull'acqua, potrebbe invece non limitarsi solamente ai palchi l'altra impresa live di De Gregori, la tournée che la prossima estate lo vedrà esibirsi all'aperto accompagnato dagli GnuQuartet e da un'orchestra, insieme alla quale riproporrà i suoi più grandi successi: "Se sarò soddisfatto del risultato finale, mi piacerebbe entrare in studio e registrare il concerto in presa diretta con l'orchestra. Ma per ora è solo un'idea, una suggestione", anticipa, confermando poi di essere in contatto con un impresario cinese che vorrebbe coinvolgerlo in un progetto a Pechino.

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Anche se negli ultimi anni non è stato poi così lontanissimo dalla sala d'incisione (nel 2014 è uscito "Vivavoce", con cui ha rivisitato in studio alcuni suoi classici, mentre nel 2015 è stata la volta di "Amore e furto", il disco delle traduzioni di Dylan), il cantautore non pubblica un nuovo album di inediti da ben sette anni: "Ma i dischi non hanno futuro, oggi come oggi. Le case discografiche sembrano più interessate alle raccolte che ai dischi di inediti", scrolla le spalle. Non c'è mai stato un intervallo di tempo così lungo nella sua discografia tra un disco e l'altro, ma al momento De Gregori non sembra essere interessato a interromperlo: "L'ultima preoccupazione che ho è di fare un disco. Oggi se avessi dieci brani nuovi probabilmente non farei un album ma li presenterei direttamente live, magari qui alla Garbatella". Chissà che non gli venga voglia di farlo davvero.

di Mattia Marzi

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