Suzanne Vega: 'Io e 50 Cent non siamo così distanti'

Suzanne Vega: 'Io e 50 Cent non siamo così distanti'

Donna, cantautrice, folk singer moderna ma cresciuta al Greenwich Village, a metà anni Ottanta Suzanne Vega sorprese e ipnotizzò tutti con un paio di dischi controcorrente in una scena musicale allora dominata da Madonna e dal techno pop. Quasi trent'anni dopo - e a sette anni di distanza da "Beauty & crime", il suo unico album per la Blue Note - è un'artista uscita dal circuito delle major, indipendente, volitiva e ancora capace di sfornare una delle più belle opere in carriera, "Tales from the realm of the queen of pentacles" (in uscita il 4 febbraio sulla sua etichetta Amanuensis Productions e licenziato in Europa a edel/Cooking Vinyl).

Sei, sette anni di distanza tra un disco di inediti e l'altro...Più ancora che in passato sembri decisa a prenderti i tuoi tempi: hai una vita privata da difendere o sei distratta da altri interessi?

Tutte e due le cose.

Sì, è vero, ho una vita privata. E faccio anche altre cose: ho recitato in una commedia che mi ha tenuta impegnata più o meno per un anno. Ho lavorato alla serie "Close-up", quattro album di canzoni riregistrate ex novo, ma più che altro ho cercato di adattarmi a questo nuovo mondo. Ora ho una mia casa discografica, ed è una situazione molto diversa da quella a cui ero abituata quando avevo una major che mi finanziava e mi imponeva delle scadenze. Nessuno mi chiama per chiedermi quando consegnerò il nuovo album. Devo farmela da sola, la domanda, e trovare la motivazione per darmi da fare. Però questo nuovo ordine delle cose mi piace, in fondo dà più libertà e più flessibilità. Da artista conosciuta e con un seguito posso usare Facebook e Twitter per attrarre l'attenzione del pubblico e informarlo sui miei nuovi progetti. Per me è un sistema che funziona. Almeno per il momento. .

Il titolo del nuovo disco, "Tales from the realm of the queen of pentacles", suona piuttosto misterioso. E il simbolo dei denari nei tarocchi, a quanto mi risulta, ha a che fare con la magia, con l'esoterismo.

Non tanto con la magia quanto con il mondo dello spirito. Una dimensione a cui mi sono riavvicinata in quest'ultimo periodo. In questi sette anni sono morti il mio patrigno e diversi amici, più o meno inaspettatamente. Ho ricominciato a chiedermi da dove veniamo e dove siamo diretti, che cosa c'è oltre il mondo materiale. E' questo a cui mi riferisco nel titolo e nei contenuti del disco.

L'album ha un suono molto ricco: come se ogni canzone vivesse in un mondo musicale a sé.

E' una buona chiave di lettura. Con Gerry Leonard, il produttore che ha curato la maggior parte degli arrangiamenti, abbiamo analizzato ogni canzone cercando di individuare il minimo necessario di cui avesse bisogno. Disponendo di un budget limitato abbiamo cercato di procedere nel modo più intelligente e parsimonioso possibile. Ogni canzone ha finito per acquisire un suo colore e un suo vocabolario, ma non è una cosa che avevamo preventivato dall'inizio.

Dunque le canzoni hanno preso forma inizialmente solo per voce e chitarra acustica?

Non sempre. Alcune sono cominciate così. Altre, come "I never wear white', hanno avuto origine da un testo. Dopo di che ho spiegato a Gerry che in testa sentivo un riff alla Rolling Stones; essendo un grande strumentista, è stato lui a concepire la parte di chitarra che abbiamo utilizzato. A volte le idee mi sono venute strimpellando la chitarra acustica, altre volte le intuizioni di Leonard erano decisamente migliori delle mie e ho lasciato che fosse lui a suonare. In generale abbiamo cercato di garantirci la massima libertà impiegando il minimo di tempo e di denaro possibile. Gerry si è molto prodigato per spingermi a essere più concreta e a lavorare un po' più velocemente. Non fosse stato per lui ci sarebbero voluti altri due anni!

Eppure, a dispetto del budget, l'elenco dei musicisti che hanno preso parte alle session è molto ricco: Tony Levin, Larry Campbell, Gail Ann Dorsey, Zachary Alford. Amici vecchi o amici nuovi?

Soprattutto amici nuovi. E' stato meraviglioso lavorare con questo nuovo gruppo di musicisti ma è stato altrettanto divertente rimettersi a suonare con la vecchia band, con Michael Visceglia e Sterling Campbell. Mi sono fatta dei nuovi amici e spero che il nostro rapporto possa continuare: sono tutti grandi artisti.

Ho letto che il batterista Zachary Alford è stato tuo compagno di scuola a New York...

L'ultima volta che ci eravamo visti avrà avuto sette o otto anni. A scuola ero amica del suo fratello maggiore. E' stato molto emozionante, incontrarci di nuovo: fisicamente non è cambiato molto. Ovviamente ha avuto molto successo ed è diventato un musicista di livello mondiale, mentre allora era solo un ragazzino...Abbiamo condiviso un sacco di ricordi sulla New York degli anni '70 e sul suo quartiere di provenienza, che poi è quello in cui oggi vivo io. Tra una take e l'altra abbiamo avuto di che chiacchierare.

Stavolta le canzoni sono state provate dal vivo prima di essere registrate. Un procedimento usuale, per te?

No, non molto. E' vero, almeno metà delle nuove canzoni sono state suonate prima dal vivo mentre di solito faccio il contrario proponendole sul palco solo dopo averle registrate. Ma è andata bene perché il pubblico ha risposto in modo molto incoraggiante. Ogni sera ci chiedevamo se una canzone dovesse essere eseguita in una tonalità più alta o più bassa, se dovesse avere un tempo più veloce o se fosse necessario introdurre una nuova sezione, o un bridge. Abbiamo potuto modificarle un po' alla volta, avere tempo per lavorarci è stata un'opportunità preziosa perché quando siamo andati in studio a registrare avevamo già raggiunto un certo grado di sicurezza e di familiarità con il repertorio.

Sono cambiate, le canzoni, rispetto alla loro forma originale?

"Don't uncork what you can't contain" è sicuramente diventata molto più elaborata di quanto fosse in origine. La mia idea iniziale della canzone era piuttosto semplice e avevo cercato di renderla nel miglior modo possibile. Ma poi Gerry mi ha suggerito di usare quella prima stesura come punto di partenza per espandere un po' la melodia. Ci ha lavorato sopra, e probabilmente è il pezzo che è cambiato di più.

E' anche il pezzo di cui più si sta parlando a causa del campionamento di "Candy shop" di 50 Cent. L'hai vissuta come una specie di rivalsa, dopo tutti quei sample di "Tom's diner" da parte dei rapper? Nel testo citi anche un altro brano hip hop, "Thrift shop" di Macklemore & Ryan Lewis.



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Sì, ed è stato divertente. Mi piace Macklemore, mi piace la sua canzone e mi piace l'idea di poter trovare una lampada ad olio nei negozi di roba usata di cui sono un'assidua frequentatrice. Ho incluso quella citazione giusto per gioco. Non cercavo una rivalsa, il mio era più che altro un espediente per restare in contatto con il mondo d'oggi. Niente di particolarmente complicato.

Con le sonorità moderne ed elettroniche hai sempre giocato, soprattutto ai tempi di quei dischi sperimentali incisi con il tuo ex marito Mitchell Froom.


Allora non campionavamo nessuno, i nostri sample ce li facevamo da soli. Anche questo disco è un miscuglio di elettronica e strumenti tradizionali come il banjo e il mandolino. Non avevo mai usato il banjo in un mio disco, prima d'ora.

Ti sei data una spiegazione di questo interesse della scena hip hop nei confronti della tua musica? Forse ha a che fare con la ricchezza del tuo linguaggio, con il ritmo dei testi?

Può essere, sì.

Nel quartiere in cui sono cresciuta sciorinare parole in forma musicale era una cosa abituale, a scuola si usavano molto i giochi di parole. Soprattutto tra ragazze eravamo solite gareggiare tra di noi mettendoci a cantare canzoncine sciocche. C'è una radice simile, in questo senso, tra il mondo hip hop e quello da cui provengo io, la East Harlem e l'Upper West Side degli anni '70. La cosa interessante è che il quartiere di cui è originario 50 Cent è Jamaica Queens, una zona che frequento spesso perché ci vivono i miei zii: la loro casa si trova a una trentina di isolati da quella in cui viveva lui. Mi ha intrigato il fatto che fossero geograficamente così vicini. Nella sua autobiografia 50 Cent descrive quell'area: tra me e lui ci sono più contatti di quanti la gente potrebbe supporre. .



Nel tuo disco precedente, "Beauty & crime", New York era onnipresente sullo sfondo. E stavolta?

Stavolta no, questo disco è un po' diverso. Lo abbiamo registrato in posti differenti, a New York City ma anche Upstate e in California. E stavolta il panorama è più interiore.

"Horizon (There is a road)" sembra il pezzo di struttura più tradizionale della raccolta. Una solenne ballata folk dedicata al primo presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Havel.

Ho letto molte delle sue opere, soprattutto quelle che aveva scritto mentre si trovava in prigione.

E ho sempre trovato interessante il fatto che per lui il concetto di Dio coincidesse con quello di orizzonte. Havel si trovava in stato di detenzione e quando sei costretto in una cella il tuo orizzonte è molto angusto, per forza di cose limitato. Questo lo ha spinto a cercare una frontiera più distante, a inseguire un'idea illimitata com'è quella divina. Mentre scrivevo la canzone sentivo chiaramente in testa una melodia e mi è venuto in mente quel primo verso, 'c'è un'altra strada oltre a questa'. Mi è piaciuto, ho pensato che valesse la pena di indagare più a fondo e mi sono chiesta dove fosse, quella strada, cercando di immaginarla con l'occhio della mente. Sono andata avanti per mesi, c'è voluto molto tempo, mai poi improvvisamente ho capito che quella strada era l'orizzonte e che nel secondo verso avrei voluto parlare della vita di Havel. Per me la cosa ha cominciato ad avere senso: l'amore sta oltre l'orizzonte e ci porta verso la riconciliazione. .



"I never wear white' sembra una canzone decisamente autobiografica. Non ti si vede mai vestire di bianco, in effetti. Prediligi i colori scuri, il nero.

Non c'è mistero, è tutto piuttosto chiaro. E' così che mi sento, per quanto riguarda il mio modo di vestire.

Il nero, canti nella canzone, è il colore 'dei segreti, dei fuorilegge e dei ballerini/del poeta dell'oscurità". Sembra di riconoscerti, in questi versi.

Sono quelli i tipi di persone in cui mi identifico. C'è un certo tipo di figura femminile classica che ama indossare la camicetta bianca e mettersi il rossetto, di solito si tratta di donne molto belle e piuttosto aristocratiche. Ci ho provato, ogni tanto, a vestirmi così ma non mi sento proprio a mio agio. Quando indosso un capo di colore bianco mi sembra di scomparire, di confondermi con le pareti. Mentre quando mi vesto di nero mi sento bene. Mi sento me stessa, sincera. La canzone è nata pensando a questo.


Il colore nero, quelle parole e quel riff rock di chitarra sembrerebbero adatti anche al tuo caro amico Lou Reed.

Ci tenevo, a fargli ascoltare "I never wear white". Una sera dovevo suonare a Long Island, l'avevo invitato allo show e mi aveva detto di sì; ma poi - stava già male - era andato a fare un sonnellino e non si era svegliato per tempo. Così gli ho fatto avere la canzone, sperando che gli piacesse. Mi ha fatto sapere che la trovava "molto bella". Così mi ha detto: "very good", molto buona.

E' l'ultimo contatto che hai avuto con lui?

No, l'ultima volta che l'ho visto è stato lo scorso mese di agosto quando io, lui, Laurie Anderson e altri amici siamo andati a vedere Rufus Wainwright in un piccolo club a Long Island. Quella è l'ultima volta che ci siamo parlati.


Qual è il miglior ricordo che conservi di Lou?

In tutti questi anni di conoscenza mi sono rimaste tante piccole storie e tante immagini.

Ma ricordo soprattutto la sua gentilezza. Sapeva essere un provocatore, ma anche inaspettatamente gentile. Una volta, a casa sua, il suo cagnolino prese di mira i miei occhiali da sole, che stranamente avevano una montatura bianca e che forse aveva preso per un osso. Li masticò e li fece a pezzi. Io ero molto preoccupata dal fatto che potesse farsi male a causa del vetro delle lenti e li gettai via, mentre Lou continuava a scusarsi dicendo che sarebbe subito corso al negozio più vicino a comprarmene un altro paio. Gli risposi che ci avrei pensato io, che avevo con me la ricetta e che il suo cucciolo ovviamente non l'aveva fatto apposta.Mi sorprese la sua disponibilità in quella occasione. Poi cominciai a riflettere sul fatto che Lou aveva sempre avuto un rapporto speciale con i suoi occhiali da sole. forse anche per quello era stato così generoso nei miei confronti! .



Hai menzionato il lavoro che hai fatto di recente sul tuo back catalog, pubblicando raccolte tematiche delle tue canzoni che hai registrato ex novo per l'occasione. Urgenza artistica o voglia di riacquistare un qualche controllo sulla tua produzione passata?

Entrambi i motivi. Per molte persone io sono quella del 1987, ricordano "Luka" e "Tom's diner" e le associano a momenti belli o brutti della loro vita. Avendoli cantati così tante volte, invece, io non ricollego quei brani a quel particolare momento storico. Registrandoli di nuovo e ripresentandoli al pubblico ho pensato di darmi una chance di sottrarre quella musica al suo contesto originale. Di renderla più moderna e proiettarla in un mondo senza tempo. Volevo presentare la mia musica a un pubblico nuovo e auspicabilmente più giovane, dandogli la possibilità di ascoltare canzoni che non aveva mai sentito o di vederle sotto un'ottica diversa.

Nel 2012 hai tenuto tre show celebrativi per il venticinquennale di "Solitude standing", il tuo disco più famoso. Potrebbe accadere di nuovo, magari con altri dischi?

La cosa curiosa è che l'album "99.9 F°" è uscito a cinque anni di distanza da "Solitude standing", e che quindi i due anniversari finiscono per coincidere. Il fatto è che tutti tendono a dimenticarlo perché vogliono celebrare solo il disco più famoso...

Nel 1987 la scena musicale femminile era certo molto diversa da quella di oggi. L'attenzione, ora, è tutta concentrata su Miley Cyrus, su Rihanna... Che ne pensi della ipersessualizzazione, della "pornificazione" del pop?

A me sembra "business as usual". Non è tanto diverso da quel che allora faceva Madonna. Credo che Lady Gaga sia diversa, un po' più intellettuale e con ambizioni più artistiche. Alcune di queste ragazze, a volte, sono anche divertenti ma fondamentalmente io seguo la mia strada. Sicuramente sono più interessata ad autrici come Laura Marling : ho ascoltato recentemente il suo ultimo disco dall'inizio alla fine, non è easy listening ma è musica molto meditata, poeticamente e musicalmente interessante, e lei ha una bella voce. Mi piace anche Lana Del Rey , la trovo intrigante. Interpreta un personaggio, è vero, ma non è banale. Non è un solo un'immagine sexy, cerca anche di raccontare qualcosa. Anche Taylor Swift è una brava story teller , ha una bella personalità. L'unica grande differenza che vedo rispetto agli anni '80 è che ci sono più donne in circolazione sulla scena musicale.

Cosa puoi dire dei concerti che terrai prossimamente in Europa, e anche in Italia (il 24 febbraio al Bravo Caffè di Bologna )?

Saremo solo in due, io e Gerry, ma spero che la prossima volta porteremo con noi anche il batterista, Doug Yowell. Presentiamo gran parte del nuovo disco, Gerry suona la chitarra elettrica ma anche molti effetti ed esegue tutte le parti, il basso e le ritmiche. Abbiamo curato assieme gli arrangiamenti: difficile descrivere perché, ma funziona. Alla chitarra lui è un mago, sul palco è in grado di ricreare i suoni di una produzione da studio.

(Alfredo Marziano)
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