Recensioni / 07 nov 2011

Walter Isaacson - STEVE JOBS - la recensione

Voto Rockol: 5.0/5
STEVE JOBS
Walter Isaacson
Walter Isaacson, su preciso mandato del protagonista, ha probabilmente compilato la biografia autorizzata meno reverente di sempre. Con metodo giornalistico, trattandosi di materia contemporanea e non storica, ha messo a nudo l’uomo per spiegare il genio. Forte di un’eccezione unica e irripetibile – la rinuncia di Steve Jobs a leggere e pre-autorizzare ciò che l’autore stava assemblando, ben conscio che non tutto gli sarebbe piaciuto: inaudito per l’insopportabile control freak che fu – Isaacson ha condotto centinaia di interviste, verificando e confutando fatti e affermazioni con familiari, amici, nemici e colleghi, raccogliendo punti di vista alternativi, aggiungendo omissis. Le 600 e passa pagine di “Steve Jobs”, dunque, contengono due contributi fondamentali: il ritratto di uno straordinario inventore e di un bizzarro essere umano, ma anche – se non soprattutto - uno spaccato della cultura, della società e dell’economia degli ultimi cinquant’anni che, proprio come il protagonista, abbraccia in un unico arco l’epoca e i cambiamenti che ci hanno condotti dalla controcultura degli anni Sessanta alla music cloud.
E’ affascinante lasciarsi coinvolgere dall’intreccio tra le vicende del personaggio e le caratteristiche del background che l’ha forgiato: aiuta a capire meglio perché possa essere toccato a lui ed alla Apple – e non a Bill Gates, o a Larry Ellison, o alla IBM, o alla Disney – cambiare per sempre la musica.
Steve Jobs venne dato in adozione alla nascita. Non ne fece un dramma ma, a quanto pare, ne trasse forza e la convinzione di essere un prescelto, quindi speciale. Di qui una personalità determinata, il pieno di autostima, l’ostinazione, la fiducia nelle proprie capacità, la ribellione preconcetta alle regole. Inoltre era una persona superintelligente, che i suoi docenti avrebbero preferito che saltasse un paio di anni per diventare subito senior al liceo (i genitori optarono per uno solo). Infine diventò adolescente alla fine degli anni Sessanta nella parte settentrionale della California, epicentro di una controcultura della quale al resto del mondo pervenne soprattutto un concentrato, un misto di rock, LSD, meditazione trascendentale, comuni ecologiche. Steve Jobs fu tutto questo: fulminato da Bob Dylan, visse volontariamente per anni come un hippie maleodorante, adottò per sé abitudini alimentari estreme (non ‘vegan’, a tratti addirittura ‘fruitarian’), si dedicò alla meditazione Zen, esplorò per sette mesi l’India, visse a lungo in una comune agricola dell’Oregon dove il suo personale guru gli aveva attribuito un compito semplice (e preconizzante): potare gli alberi di mele. Ma Jobs fu pure un autentico ‘geek’. La rivoluzione tecnologica dell’area di Santa Clara era stata originata da lauti contratti che l’esercito commissionava a un pugno di nuove aziende elettroniche e di costruttori di microchip: erano nate così alcune delle più note società di computer. In questo ambiente si fece strada un altro genere di controcultura, di matrice scientifica e non artistico-umanistica, incarnata dagli hacker: erano cyberpunk, hobbysti e geeks che non si omologavano al mainstream simboleggiato da una qualsiasi HP. Per dire: là e allora la presenza e il ruolo dell’LSD erano quasi uno studio accademico: un Doug Engelbart dell’Augmentation Center a Palo Alto (avrebbe sviluppato la tecnologia del mouse e delle interfacce grafiche) coesisteva con un Ken Kesey (droga e musica, light show, Grateful Dead). Il crogiolo: hippie generati dalla beat generation, attivisti politici in arrivo da Berkeley, hacker e tutto intorno zen e induismo, meditazione e yoga, deprivazione sensoriale e urlo primordiale, ritorno alla natura ed ecologia (come insegnava il ‘Whole Earth Catalog’ che nel 1971, nel suo numero finale, pubblicò quella foto di una stradina di campagna con una didascalia che sarebbe diventata un tag: “Stay Foolish. Stay Hungry”). Seduto giusto all’incrocio tra controcultura e tecnologia, ecco Steve Jobs: natura, progresso, illuminazione personale, silicio, Bob Dylan non erano antitesi ma erano parte di un unicum per chi, spontaneamente, stava fondendo in sé il flower power con il processor power. Jobs meditava alla mattina, frequentava corsi di fisica al pomeriggio, lavorava di notte all’Atari e sognava di aprire la sua società. All’inizio hippie e tecnologisti non si integravano: per molti i computer erano una deriva orwelliana, la provincia del Pentagono. Quando nei primi anni Settanta le cose cambiarono, però, e il computer diventò il simbolo dell’espressione individuale, cominciò ad affermarsi gradualmente una visione “cyberdelica”, certificata da Timothy Leary (“i computer sono diventati il nuovo LSD”). Steve Jobs era lì. Le radici di Apple affondano lì.
Incurante dei sacrifici che avrebbe imposto ai suoi genitori adottivi, Jobs aveva scelto come college proprio il Reed, nell’Oregon, dove Leary aveva predicato cinque anni prima il suo mantra allucinogeno: “Turn on, tune in, drop out”. Capì subito che non avrebbe aggiunto granché alla propria formazione ma, a discapito del salasso che imponeva alla famiglia (se ne sarebbe pentito con Isaacson), restò nei paraggi... Sviluppò una forte capacità di concentrazione grazie alla meditazione e ai frequenti digiuni purificatori che si imponeva (per eliminare la formazione di muco negativo all’interno del corpo: credeva rendesse superfluo lavarsi spesso o fare uso di deodoranti). Imparò anche a fissare le persone negli occhi senza mai battere le ciglia, sviluppando uno sguardo al laser che, come uno sciamano, utilizzava per piegarle alla sua volontà, con successo crescente. Chi gli era vicino in quell’epoca, intervistato da Isaacson lo ha descritto come scorbutico, egoista, pieno di sé, talmente concentrato sui valori più alti per il genere umano e sull’illuminazione e l’elevazione personale da disinteressarsi alle buone maniere, all’affetto, alle relazioni sociali: tratti che avrebbe in gran parte conservato in futuro. Le contraddizioni tra il suo essere e le sue aspirazioni - sia quelle intime, sia quelle culturali - ne fecero un uomo complesso e difficile, ma lo avrebbero plasmato come un businessman originale e geniale e a pagarne il conto, di nuovo, sarebbero state soprattutto le persone che, a torto o a ragione, gli gravitavano intorno senza che le considerasse all’altezza.
Nel 1977 il venture capitalist Mike Markkula raccolse 250.000 dollari per finanziare la produzione dell’Apple II, ottenne un terzo del capitale della Apple, fino ad allora proprietà di Steve Jobs e Steve Wozniak e, prima di condurre l’azienda alla quotazione nel 1980, concentrò in tre soli punti la ‘Apple Marketing Philosophy’: 1. empatia, cioè: connettersi alle sensazioni del cliente in modo intimo; 2. focus, ovvero: per fare un buon lavoro su quanto ci interessa bisogna eliminare tutte le opportunità meno importanti; 3, ‘impute’: presentare il prodotto e l’azienda in modo che trasmettano tutta la sua qualità e i suoi valori perché, checché se ne dica, la gente giudica un libro proprio dalla sua copertina. Jobs la fece propria e vi edificò nel tempo, scolpendo nelle abitudini dei suoi più stretti collaboratori alcune massime: “Don’t compromise”; “It’s not done until it ships”; “Real artists ship”. Pensava a sé come a un artista e cercava la perfezione, ma dopo avere ammonito il team di non cercare compromessi nel disegnare e realizzare il migliore prodotto possibile, li confondeva ricordando loro che i veri artisti sono quelli che rispettano le scadenze. Ai posteri sarebbero piaciuti ancora di più altri micro-manifesti del Job-pensiero: “Meglio essere pirati che unirsi alla marina”, con cui trasmetteva il senso di ribellione e del ‘noi contro tutti’, fondamentali per motivare e per conservare il legame con l’anticonformismo mentre stava costruendo una multinazionale; oppure “Il viaggio è la ricompensa”, non solo un pensiero molto spirituale ma anche uno stratagemma efficace nel ricordare a tutti che la sofferenza inflitta loro per raggiungere gli obiettivi era giustificata da uno scopo superiore.
Nel magma di queste contraddizioni Isaacson sguazza: lavora sotto traccia per trasferire al lettore, capitolo dopo capitolo, il continuo e irrisolto conflitto interno dell’uomo al quale la meditazione Zen non avrebbe mai regalato la serenità, dell’hippie che diventava miliardario, dell’hacker che non permetteva che Apple si schierasse dalla parte dell’open source nella diatriba etico-culturale tra open VS closed. L’autore è molto efficace, dopo averle messe a nudo, nello spiegare tutte queste contraddizioni di Jobs come delle qualità cruciali per farne, probabilmente, il manager più importante del nostro tempo. Non desidera risolverle, ma fa in modo che il lettore vi si abitui. Lo fa collegando il carattere, la vicenda personale, la formazione, la condotta umana e la filosofia di Steve Jobs: è così che gli episodi acquisiscono significato nel lungo termine. Isaacson sembra concedergli poco credito sui dettagli di certe sue ricostruzioni, divertendosi semmai a infierire sul ‘campo di distorsione della realtà’, l’espressione che i suoi collaboratori avevano coniato ironicamente negli anni Ottanta per sintetizzare come Steve riuscisse a piegare le persone alla propria volontà raccontando loro una verità virtuale ma, grazie al suo carisma, rendendole così capaci di compiere missioni impossibili: funzioni, design, caratteristiche tecniche, innovazioni e tempi di consegna mai visti prima. E’ un tormentone divertente e illuminante questo del “reality distortion field”: a Isaacson piace raccontare come fosse talmente potente da finire spesso per convincere Jobs stesso della realtà distorta che aveva creato… Per contro, l’autore prende per buone le risposte di Jobs alle sue domande mirate: la sua brutale onestà (per esempio rispetto alla sua mancanza di tatto, alla crudeltà gratuita nelle riunioni con i collaboratori) finisce per restituirgli integrità; il suo comportamento umanamente discutibile è giustificato dal suo essere artista, la sua gravità è lenita dalla buona fede in un progetto superiore. Questo il filo logico che Isaacson costruisce nel libro e dal quale lascia trapelare, senza mai esplicitarlo, il suo giudizio morale e complessivo su Steve: siccome si reputa (giustamente) un artista interessato all’intersezione tra arti liberali e umanistiche da un lato e scienze e tecnologia dall’altro, egli pretende perfezionismo da sé e dagli altri; la chiarezza della sua visione è inattaccabile perché gli deriva dalla intuizione più che dall’intelletto (la reputava una qualità più potente da quando aveva visitato l’India); ergo, pretende ed esercita un controllo totale sul prodotto, elaborando una filosofia aziendale senza compromessi: realizzare strumenti fantastici che siano organici e unitari grazie a un sistema chiuso in cui hardware, software e contenuti siano un tutt’uno. E qualsiasi sgarbo, qualsiasi fatica improba, qualsiasi sacrificio richiesto, qualsiasi licenziamento di qualcuno che ritiene un inetto sono solo conseguenze del suo mantra imprenditoriale: focus. Perché decidere cosa non fare è importante tanto quanto decidere cosa fare.
Prima di arrivare allo Steve Jobs dell’ultimo decennio, di cui tutti abbiamo almeno una vaga conoscenza, Isaacson ci accompagna lungo tre fasi della sua carriera e della sua vita: la sua ascesa e caduta in seno ad Apple, il periodo di NeXT, l’avventura in Pixar. Dalla prima trae l’insegnamento che il visionario non è necessariamente un buon imprenditore né un manager, al punto da causare lotte intestine alla sua creatura e finirne esautorato, marginalizzato dai suoi stessi mentori. Con la seconda descrive la pervicacia di Jobs nel volere creare innovazione attraverso oggetti meravigliosi, senza però avere successo per parecchi anni. Con la terza ci restituisce l’immagine di un giovane miliardario che ha tutt’altro che smarrito il suo grande intuito e si dà all’arte, vestendo i panni del munifico finanziatore che tiene duro nonostante Hollywood sembri non capire. Ma tutto si ricongiunge quando, nell’arco di un decennio che parte nel 1997, Jobs riesce a rientrare in Apple vendendole il sistema operativo di NeXT e l’intera azienda per ben 429 milioni di dollari; quotando Pixar per un miliardo per poi cederla per 7,4 miliardi di dollari a Disney, di cui diventa maggiore azionista; e conducendo Apple allo status di azienda più capitalizzata al mondo.
E’ durante questo periodo che Steve Jobs travolge e stravolge per sempre la musica.
La sua passione per la musica era autentica e arrivava da lontano. Quindicenne, era stato iniziato da Wozniak a Bob Dylan: si era intriso delle sue liriche e era diventato avido collezionista dei suoi bootleg. Adorava i Beatles, come è noto. Nel 1982, ventisettenne, era diventato caro amico, poi fidanzato e amante di una ancora bella e quarantunenne Joan Baez (qualcosa che lo legava in un altro modo a Dylan…). Era un tale appassionato che uno dei pochi momenti di sollievo dalle difficoltà seguite al suo trapianto di fegato fu una visita ai Sun Studios di Memphis (città dove era ricoverato) al termine della quale, dopo avere visitato i luoghi sacri di Elvis, Jerry Lee e Johnny Cash, suggerì a un suo collaboratore di assumere la giovane guida che lo aveva intrattenuto e che sarebbe diventata responsabile dell’area r’n’b di iTunes. A pochi mesi dalla morte il suo iPod e il suo iPad contenevano tutti e 6 i volumi delle bootleg series di Dylan e 15 suoi album, da ‘Bob Dylan’ (1962) a ‘Oh mercy’ (1989); brani tratti da 7 album dei Beatles, da 6 degli Stones e da 4 di Joan Baez. E poi Aretha, Buddy Holly, Buffalo Springfield, Don McLean, Donovan, Doors, Janis Joplin, Jefferson Airplane, Jimi Hendrix, Johnny Cash, John Mellencamp, Simon and Garfunkel, Monkees (“I’m a believer”). “Aveva nell’iPod selezioni musicali di un ragazzo degli anni ’70 con il cuore nei ‘60”, dice Isaacson. Ma ascoltava anche 10.000 Maniacs, Alicia Keys, Black Eyed Peas, Coldplay, Dido, Green Day, John Mayer, U2, Seal, Talking Heads, Moby. Infine Bach e Yo-Yo-Ma.
La sua passione conduce Apple nella musica appena dopo l’era di Napster. Quando Mike Markkula, sempre lui, aveva risposto a Jobs nel 1997 che una compagnia era capace di durare nel tempo solo se sapeva cambiare sé stessa, completando una metamorfosi come una farfalla, era stato d’accordo ancora una vota e dieci anni dopo Apple Computers sarebbe diventata legalmente soltanto Apple, perché ormai la gran parte dei suoi ricavi erano generati dalla musica. La metamorfosi fu il frutto dell’ennesima geniale visione imprenditoriale: il pc diventa un personal hub, a lui tutte le funzioni complesse, ai vari device collegati quelle semplici. E la madre di tutti i ‘device semplici’ diventa l’iPod, nato perché internet aveva reso la musica la killer application globale senza però farne un business, anzi; e siccome i lettori mp3 che Steve vedeva proliferare, fortunatamente, “facevano schifo”, con il suo team realizzò il sogno di un fan: avere 1000 canzoni in tasca. La formula è, di nuovo, un ecosistema proprietario: prodotto organico e completo, unione di hardware, software e contenuti e, per rendere tutto sicuro per Apple, ecco iTunes. Jobs trascorre un anno a semplificare la vita di un’industria che da anni inanellava fiaschi: “Non ho mai speso così tanto tempo a convincere qualcuno a fare la cosa giusta per sé stesso”, avrebbe detto delle trattative con le majors. Convince prima la Warner, poi porta a bordo Doug Morris di Universal così che Sony, riluttante anche per via dell’eredità del Walkman, deve adeguarsi e seguire. E da quel momento Jobs ha una sola preoccupazione importante: parlare con gli artisti, che forse considerava i suoi veri interlocutori. Li incontra di persona, come quando nel 1984 aveva portato un nuovo Macintosh a Sean Lennon e uno a Mick Jagger, come quando nel 1997 aveva chiesto a Yoko Ono la foto adatta di John Lennon per la campagna “Think different” ed era finito contemporaneamente sulla copertina di Newsweek e Time come Bruce Springsteen nel 1975. Mick Jagger, Bono, Sheryl Crow, Dr. Dre (“Finalmente qualcuno l’ha azzeccata”): tutti arruolati e testimonial, per sé e per Apple (solo per i Beatles impiegò anni, a causa della querelle legale per via del marchio Apple, ma poi ebbe a bordo anche loro).
La genesi del libro “Steve Jobs” è singolare di per sé, dato che fu il protagonista stesso ad adulare per anni l’autore che aveva scritto delle vite di Einstein, Franklin e Kissinger, fino a che la moglie Laurene Powell dovette suggerirgli brutalmente di smettere di esitare, se ci teneva, perché al marito restava poco da vivere. Ma è il suo contenuto ad essere notevole. Gli aneddoti sono decine, e come in un quadro impressionista contribuiscono a dipingere un ritratto di Jobs da guardare da lontano. Un ritratto suggestivo, dettagliato, profondo. La vicenda di un ragazzo che senza essere un ingegnere maneggiava schede madri, senza scrivere codice già intravedeva uno sviluppo ‘personale’ per il computer, che era letteralmente abbagliato dal progresso che quelle poche decine di chilometri quadrati con Palo Alto nel centro avrebbero apportato all’umanità intera. Focalizzato in maniera maniacale, dotato di spietata determinazione, era un groviglio di opposti e contrari, a partire dal dualismo tra la sua spiritualità e il pragmatismo che avrebbe infuso nella sua società e nei suoi prodotti. Non divenne una persona senza scrupoli, ma fu sicuramente uno senza filtri: sentendosi in missione per conto del genere umano, gli capitò di calpestarne diversi membri derubricando a ‘merda’ tutto quanto non era ‘fantastico’ in una visione semplificata e manichea della vita (un ‘sistema binario’, nella definizione dell’autore) che lo aiutava a scansare come inutile tutto quanto non fosse nel cono di luce della sua visione o deviasse dai suoi obiettivi.
La sua più grande invenzione fu la Apple. Non il primo computer Apple o l’Apple II, farina del sacco del socio Steve Wozniak; non il Macintosh; non NeXT; non la Pixar; non l’iPod, l’iPhone, l’iPad. Ma Apple, la società che incarna il suo sogno di dare vita a una grande azienda che facesse dell’innovazione e dei migliori prodotti del mondo la sua ragione d’essere e che fosse talmente pura in questa missione da sopravvivergli per decenni dopo la morte.
All’industria musicale ha ridato ossigeno ma ha rubato la scena; l’ha finanziata ma ha corso il rischio di semplificarla eccessivamente, soprattutto scardinando gli album; l’ha messa in crisi regalandole un modello di business che funziona solo per Apple, ma l’ha sconvolta ridestandola dal torpore, litigandoci forte.
Gli piaceva l’idea di essere apprezzato come qualcuno disposto a lavorare per un dollaro all’anno, però pretese un’enormità di stock options e un aereo. Era un artista ingolfato delle contraddizioni tipiche di un figlio ribelle della controcultura diventato uomo d’affari, di qualcuno che voleva credere di avere eseguito turn on, tune in e drop out, fatto un sacco di soldi e non essersi svenduto. Non aveva buone doti sociali, non sapeva mettersi nei panni di qualcun altro e non gli interessava farlo. Ma voleva arricchire il genere umano, costruire strumenti che rendessero il mondo migliore. Impose la semplicità e per farlo abbandonò l’etica hacker; nel desiderio di deliziare l’utente e anticiparne i bisogni, si opponeva a concedergli libertà. Con la meditazione fece del focus uno stile, ma la meditazione non gli regalò mai una calma o una serenità Zen. Impaziente, difficile, brusco, brutalmente onesto: “Il mio compito è dire quando qualcosa fa schifo, non indorare la pillola”. Carismatico come uno sciamano, ma anche un po’ stronzo. Sapeva come motivare, colpire, manipolare le persone e spingerle a creare secondo il proprio dna: sensibilità, senso estetico nel design, perfezionismo, immaginazione, semplicità. E’ finito in posizione dominante sul mercato, come un tycoon, e in quei panni ci stava scomodo, era furioso quando lo si coglieva in fallo, proprio lui che per natura e per cultura era contro il sistema tanto quanto un musicista rock e che, unico nel panorama imprenditoriale e artistico degli ultimi cinquant’anni, aveva amalgamato con naturalezza i venti di cambiamento della Bay Area e quelli della Silicon Valley. Come un novello inventore rinascimentale si era posto giusto all’incrocio tra la controcultura informatica e quella artistica, mescolando arte e silicio come se fosse ovvio. Non sarebbe diventato un Andy Groove o un Bill Gates, ma nemmeno un Jerry Garcia o un David Geffen. Invece avrebbe catalizzato il meglio dei due mondi.
Per dirla come Bono: “Le persone che inventarono il 21° secolo erano hippie della West Coast che fumavano erba e calzavano sandali, come Steve, perché riuscivano a vedere le cose in modo diverso. I sistemi gerarchici della East Coast, dell’Inghilterra, della Germania e del Giappone non incoraggiano questo modo di pensare differente. Gli anni ’60 produssero uno schema mentale anarchico che è grandioso per immaginare un mondo che non esiste ancora”.
(G. Di Carlo)