«LIFE - Keith Richards» la recensione di Rockol

Keith Richards - LIFE - la recensione

Recensione del 19 nov 2010

La recensione

Le cronache del rock ci hanno insegnato che le interviste più interessanti, divertenti, autentiche e illuminanti mai pubblicate e realizzate non potevano che avere come protagonista uno tra Keith Richards, Tom Waits e Frank Zappa. Gente che, con un’osservazione qualsiasi, è stata capace di scolpire nella roccia un aforisma destinato a diventare un classico, rivelando verità musicali e culturali con la forza di una battuta. Nel caso di Keef, in particolare, sarebbe stato più che sufficiente incollare in sequenza le sue citazioni per ricavarne un libro avvincente. Ma ‘Life’, la sua autobiografia, è ben altro, è molto più di questo.
Scritto come il copione di un film basato su una voce narrante che non riesci più ad abbandonare dopo le prime dieci righe, è stato curato da James Fox, un giornalista che l’autore conosce da 40 anni e che si è mosso come farebbe il più saggio dei produttori discografici chiamato in studio da un fuoriclasse. Ha lasciato che l’artista fosse sé stesso, lo ha incoraggiato ad aprire qualche porta restata chiusa troppo a lungo e si è limitato a cucire gli episodi senza farsi condizionare troppo dalla cronologia. L’editing spicca per un’assenza talmente ostentata da sfociare nella raffinatezza: il narratore è talmente bravo, d’altra parte, da indurre a pensare che possa essere un autore mancato. Non scrive, ti parla. Lo stile è colloquiale e, come sospettavamo, il vecchio dandy è tale anche sul piano della prosa: ricca, virtuosa, snocciolata con tempi perfetti, con la sensibilità di uno studente d’arte e la sincerità di un bluesman, è forbita ma non rinuncia al turpiloquio, usato senza ritegno e senza eccedere.
“Life” è un libro parlato e trascritto come tale, e nel ritmo della narrazione sta parte del suo valore. L’altra parte, quella grande, sono i contenuti e le esperienze. Come un Forrest Gump senziente che vaga in cinquant’anni di rock, Keith Richards ha attraversato tutto, imparato molto, sperimentato parecchio, impattato forte. E qui, disarmato dalla chitarra, non si tira indietro come quando sta sul palco. Onesto fino all’eccesso, come nei giudizi senza se e senza ma su Brian Jones e su Anita Pallenberg, madre di due dei suoi quattro figli. Illuminante quando racconta della stima e dell’affetto per John Lennon e della delusione nei confronti dell’idolo Chuck Berry. A suo perfetto agio con la leggenda, quando si autonomina come una delle ragioni (casuali) della fama di Hendrix. Criminale latente, sempre in giro per il mondo con coltello e pistola al seguito. Straordinariamente britannico pur con l’anima nel Delta. Inerme figlio unico. Uomo delle donne: non c’erano solo droga e rock and roll…
Episodi memorabili? Decine, veramente. Il primo incidente automobilistico del figlio Marlon – non ancora nato. L’arresto in Arkansas insieme a Ron Wood con cui si apre il libro. Il sottile filo rosso che unisce la sua chitarra a un classico come "Malagueña" (“due accordi… ed è fatta”). Lui e Anita in incognito che si registrano in albergo come Conte e Contessa Castiglione.
I passaggi mitici che ti aspetti? Certo. Mick fatto a fettine a causa della sua vanità, ma tuttora amato come un fratello. Altamont, Villa Nelcote e Toronto, citati ma senza troppa enfasi perché è tutto già agli atti. Il pugno a Ronnie. L’amicizia con Bobby Keys e Gram Parsons. Una corda in meno e la “open G”. E l’eroina, ovviamente, con il seguito di ‘cold turkeys’ e arresti: tutto riportato senza farsi sconti, con cinismo, sarcasmo e umorismo, ma senza recitare. “Life” è più o meno il viaggio che supponevamo che Keith avesse compiuto. Lo avevamo ricavato leggendo di lui negli anni. Ma nessuno di noi aveva immaginato che, durante il viaggio, Keef stesse così attento. O che ricordasse. Abbiamo sempre saputo, invece, che non avrebbe avuto un solo problema a raccontarcelo. “Life” è il libro musicale del decennio. (G. Di Carlo)
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