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«THE QUARRYMEN - Hunter Davies» la recensione di Rockol

Hunter Davies - THE QUARRYMEN - la recensione

Recensione del 07 giu 2002 a cura di Franco Zanetti

Arcana, 320 pagg., euro 17

La recensione

Pubblicato lo scorso anno, esce ora in versione italiana il volume dedicato ai Quarrymen (il gruppo skiffle costituito nel 1956 da John Lennon, Pete Shotton, Eric Griffiths, Rod Davis, Colin Hanton e Len Garry, nel quale dall’ottobre dell’anno seguente entrò a far parte anche Paul McCartney) da Hunter Davies, a tutt’oggi l’unico ad aver potuto firmare una “biografia autorizzata” dei Beatles (uscì nel 1968, intitolata “The Beatles”).

Curioso - tanto vale dirlo subito - che l’editore italiano sbagli clamorosamente in quarta di copertina, dove è scritto: “Hunter Davies è l’autore di ‘Shout’, ovvero l’unica biografia autorizzata dei Beatles. Sul quartetto di Liverpool è tutt’ora considerato un’autorità insuperabile”. L’editore sbaglia due volte: prima accreditando a Hunter Davies un libro scritto parecchi anni dopo da Philip Norman (e questo è un errore davvero imperdonabile), poi nel definire Davies ‘un’autorità insuperabile’ sui Beatles (macché: lui stesso, nell’introduzione, lo ammette: “Non mi considero un esperto sui Beatles. C’è stato un momento in cui ne sapevo parecchio, soprattutto sulla vita che avevano condotto fino al 1968 più qualche cosetta sugli anni Settanta... ma questo è tutto”). I veri esperti sono Mark Lewisohn, per la competenza biografica, e Ian McDonald, per l’autorevolezza critica musicale.

Vabbé, torniamo ai Quarrymen.

“Anche se sono soltanto una nota a margine nel grande libro dei Beatles, i Quarrymen non possono essere del tutto privi di interesse per ogni vero appassionato”: lo scrive Hunter Davies, e se lo dice lui dev’essere vero. Al che ci si chiede come mai l’autore abbia avuto bisogno di più di 300 pagine per raccontarne la storia. Beh, semplice: ha lavorato scrupolosamente, incontrando i componenti originari del gruppo e intervistandoli lungamente. E infatti, per buona metà del libro (quella che riguarda gli anni Sessanta) il lavoro è ricco di curiosità, aneddoti e - soprattutto - regala due o tre fotografie poco note dei Quarrymen con John Lennon e Paul McCartney. Gustose e in parte inedite sono le informazioni relative al periodo in cui Pete Shotton abitò con Lennon e ne divenne l’assistente personale (oltre che il direttore della Apple Boutique di Baker Street); mentre degli anni giovanili di John gli episodi più singolari erano già stati raccontati da Pete Shotton e Len Garry nei loro libri di memorie (rispettivamente intitolati “John Lennon: in my life”, 1983, e “John, Paul and me before the Beatles”, 1997).


L’altra metà del libro, quella in cui si raccontano le vite da adulti dei membri originari dei Quarrymen, è francamente insignificante, anche se si voglia tener conto del fatto che negli ultimi anni la band si è ricostituita e ha cominciato a frequentare le convention beatlesiane.
Per farla breve: il libro è raccomandabile solo ai fans beatlesiani e ai completisti. Per tutti gli altri, sarebbe una lettura francamente noiosa e nemmeno gradevolissima, dato che lo stile di Davies è fastidiosamente colloquiale, e soffre dell’inclinazione dell’autore a mettersi in evidenza in prima persona, non solo usando l’ “io” ma anche interpolando osservazioni e commenti off-topic caratterizzati da un umorismo piuttosto bolso.
Finito? No, lo sapete che vi devo ancora infliggere le solite considerazioni sulla traduzione. La firma Stefania Cherchi, ed è un bene: così sappiamo di chi è la colpa di certe perle. Andiamo con gli esempi (trascurando un “prestargli” a pagina 16 che, essendo riferito a una signora, non è un errore di traduzione ma un errore di grammatica):
pagina 51: “Le star... erano quasi tutte americane, o quanto meno parlavano con un accento mezzo-atlantico”: “mid-Atlantic” si riferisce alla costa orientale degli Stati Uniti, non all’oceano.

pagina 63: “un giorno d’estate del 1956, una domenica di sole... forse un ponte di chiusura delle banche”: “Summer Bank Holiday” è il nome di una delle giornate festive del calendario britannico, una festa mobile che nel 2002 cadrà il 26 agosto.
pagina 89: “vendemmo i nostri aggeggi elettrici e ci comprammo una chitarra spagnola”: “spanish guitar” è la nostra “chitarra classica”.
pagina 103: “Al Toppermost del Poppermost”: d’accordo, è un lennonismo, e perciò quasi intraducibile; ma altri l’hanno meglio (e più comprensibilmente) reso con “sulla più alta delle alte vette del pop”. Veniale.
pagina 157: “una dimora gotica con tanto di galleria per i menestrelli”: la “minstrel’s gallery” non è un tunnel, ma il corridoio rialzato - quasi una passerella praticabile - dalla quale i menestrelli rinascimentali eseguivano le loro canzoni.

Inevitabile (ve l’aspettavate, no?) che anche qui compaia il famigerato “flaming pie” sul quale ci siamo già effusi recensendo la Beatles Anthology.

Qui l’espressione compare in un contesto inedito: non più nel “breve saggio sulle dubbie origini dei Beatles” scritto da John Lennon per il “Merseybeat”, ma in un tema scolastico dello stesso Lennon. Pete racconta: “Una volta dovevamo scrivere qualcosa sul viaggio di San Pietro a Damasco. John scrisse: ‘Sulla via di Damasco una torta in fiamme volò fuori da una finestra e colpì San Pietro proprio in mezzo agli occhi e, quando rinvenne, il santo era rimasto accecato per sempre’.” Detto che è interessante scoprire che Lennon aveva fin da ragazzino una fissazione per i “flaming pies”, non possiamo che ripetere che non di torte fiammeggianti si tratta, ma di pasticci di carne flambé.


Ma il meglio, si fa per dire, è nella coda. Pagina 305: sempre Pete, ormai anziano, confessa parlando di donne: “A dire il vero ce n’è una che mi è piaciuta molto, negli utimi tempi. E’ Heather Mills, quella che ha perso entrambe le gambe, l’ho vista allo show di Esther Rantzen”. Purtroppo non ho sottomano il testo originale del libro, e quindi non so se sia Pete ad avere avuto le allucinazioni davanti alla tivù o se la traduttrice si sia fatta prendere la mano: sta di fatto che Heather Mills, mentre scrivo fidanzata e prossima moglie di Paul McCartney, ha perso una sola gamba (la sinistra), non due. E’ già una tragedia così, e non era il caso di renderla ancora più drammatica.

(Franco Zanetti)

Nota per l’Editore: la postfazione - pagina 307, “Pezzetto finale” (?) - è stata scritta poco prima dell’uscita dell’edizione originale inglese, e quindi correttamente l’autore spiega che mentre scrive “tutti e cinque i Quarrymen originali sono ancora fra noi. Uno dei Beatles invece ci ha lasciato”. Dato che la versione italiana del libro esce nel maggio del 2002, forse sarebbe stato il caso di aggiornare l’anagrafe e di dare conto anche della scomparsa di George Harrison...
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