«DAL VINILE A SPOTIFY - Roberto Razzini» la recensione di Rockol

Roberto Razzini - DAL VINILE A SPOTIFY - la recensione

Recensione del 29 giu 2020 a cura di Franco Zanetti

Voto 8/10

La recensione

Roberto Razzini, managing director di Warner Chappell Music Italiana, è un "ragazzo" classe 1963: ha dieci anni meno di me.
Senza saperlo, o senza ricordarmelo, forse lo conosco da quasi quarant'anni: perché quando, all'inizio degli anni Ottanta, io lavoravo alla CGD, dove suo padre Romano (che ricordo sempre con grande stima) era direttore commerciale, non escludo che in qualche sua visita nell'ufficio paterno ci possiamo essere incrociati (io giovane ufficio stampa poco meno che trentenne, lui appunto di dieci anni più giovane di me).
Poi ci siamo incontrati (o ri-incontrati) entrambi in nuovi ruoli, quando lui ancora non esibiva la barba che porta adesso - io da giornalista, lui da editore musicale - e ricordo con piacere un paio di chiacchierate nel suo ufficio ai piani alti di un palazzo in piazza della Repubblica, a Milano.


Tutto questo per dire che sono tacciabile di parzialità nei suoi confronti, per la simpatia che gli porto; ma anche per dire che ho letto con curiosità - prima, e con qualche fatica per via dei miei occhi stanchi, in pdf, e poi finalmente su carta - questo libro nel quale Roberto racconta, intrecciandole, la sua vita (con grande discrezione per quel che riguarda i fatti personalissimi) e l'evoluzione - o involuzione - della discografia negli ultimi quarant'anni, forse qualcosa di più.
Il modo in cui Razzini ripercorre gli anni che anch'io ho vissuto dall'interno nell'industria del disco ha il pregio dell'ordine e della chiarezza, oltre che dell'obbiettività; e questo fa sì che "Dal vinile a Spotify" sia serenamente raccomandabile a chi fosse interessato a capire come si è passati dalla musica solida a quella liquida e a volte quasi gassosa dei tempi correnti.
Ma quel che mi è più piaciuto, leggendo queste pagine, è scoprire che anche Roberto, come me, ha avuto esperienze di lavoro nei negozi di dischi; il che me lo rende più vicino, e conferma una mia vecchia tesi secondo la quale chi lavora nella musica è bene che si sia fatto un'esperienza faccia a faccia con chi la musica la ascolta e la acquista - è un'esperienza impagabile, di cui i benefici si riconoscono quando si confrontano i discografici che hanno "fatto la gavetta" con quelli che sono arrivati da mondi tipo il marketing - mondi rispettabilissimi, ma che ti inducono a considerare il disco come un qualsiasi prodotto da pubblicizzare e commercializzare, e non, come dovrebbe, il frutto di un lavoro artistico (o almeno artigianale).
Mi dispiace un po' che Razzini, nella sua riservatezza, non abbia raccontato più aneddoti della sua carriera, perché sicuramente di persone ne ha incontrate tante e di tanti episodi divertenti è stato testimone diretto (cito solo, fra i pochi qui ricordati, uno che riguarda Burt Bacharach). Ma ci tengo a dire che il ricordo di Roberto che racconta la casa di lui bambino, con tutti i dischi in vinile di suo padre, mi ha fatto rimeditare su un insano proposito che accarezzavo da tempo - la vendita in blocco di tutti i miei vinili; e mi ha fatto pensare che fra qualche anno, neanche troppi, a mio figlio - che oggi di anni ne ha poco più di dieci - potrei far scoprire il piacere di prendere in mano un album di quelli con la copertina di cartone, e appoggiarlo sul piatto di un giradischi, e fargli capire come si ascoltava un disco quando i dischi erano un oggetto bello e prezioso. Mio figlio è della generazione Spotify e YouTube; fargli conoscere il vinile sarebbe (oltre che un piacere per me) anche un suo arricchimento culturale - e sentimentale.
Di questo, oltre che del suo libro, ringrazio Roberto Razzini.

(Franco Zanetti)

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