«ANESTETHIZE - Porcupine Tree» la recensione di Rockol

Porcupine Tree - ANESTETHIZE - la recensione

Recensione del 17 giu 2010

La recensione

Aghi, siringhe e pillole che volteggiano nell’aria come capsule spaziali, primi piani di adolescenti dall’espressione aliena, sperduta, imbambolata, minacciosa. Sul palco di Tilburg, Olanda (dove questo Dvd è stato registrato nell’ottobre 2008 nell’arco di due concerti) prende forma il mondo desolato e inquietante di “Fear of a blank planet”, forse l’album più dark e malato dei Porcupine Tree che qui apre la scaletta e viene eseguito per intero. Lasse Hoile, responsabile dell’immagine e regista di fiducia del gruppo, ha una cifra stilistica perfettamente in sintonia con quelle atmosfere: luci bluastre, fredde e taglienti da sala operatoria, bianco e nero sgranato e spesso in ralenti nelle brevi sequenze girate nel backstage, filmati da science fiction proiettati sui tre schermi a fondo palco. I musicisti, tutti nerovestiti, eseguono la partitura con precisione chirurgica: il leader Steven Wilson, scalzo come sempre, canta e suona in stato di semitrance e assoluta concentrazione, i fills, le rullate e i controtempi del batterista Gavin Harrison sono uno spettacolo nello spettacolo, il basso di Colin Edwin è propulsivo e melodico, i synth e le tastiere dell’ex Japan Richard Barbieri creano ambientazioni esoteriche ed effetti ipnotici mentre è essenziale il contributo vocale e chitarristico di John Wesley, il quinto “porcospino” irrinunciabile nel live set. Musica forte, intensa, ma in fondo non di difficile ascolto: i Porcupine Tree sembrano prendere via via le distanze dall’etichetta “prog” favorendo, negli ultimi dischi, traiettorie più lineari in cui vigorose sciabolate nu metal si alternano ad ariose aperture melodiche (anche se “Anestethize” è una tentacolare e multiforme suite articolata in diversi movimenti). Scaletta compatta ma nient’affatto monotona, con rimandi espliciti tra un pezzo e l’altro (“Sentimental” e “Normal” seguono la stessa linea melodica), rimandi al classic rock di King Crimson (“What happens now?”, “Strip the soul”) e Pink Floyd (l’organo di “Sleep of no dreaming”, la slide e il solo di “Half light”, dove Wilson suona una scenografica chitarra illuminata dall’interno), accanto al dolce spleen britannico di “My ashes” e “Sever”, la psichedelia tortuosa di “Cheating the polygraph”, l’incipit hard rock di “Wedding nails” e l’aggressività di “Halo”, che chiude a ritmo tambureggiante le due ore abbondanti di concerto. Resa audio strepitosa, regia attenta e immagini impeccabili. I fan non potrebbero chiedere di più, per gli altri è un’occasione per testare i progressi di una delle migliori band inglesi degli ultimi dieci anni.
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