«POP TRASH - Duran Duran» la recensione di Rockol

Duran Duran - POP TRASH - la recensione

Recensione del 05 giu 2000

La recensione

Passati gli anni, lontane le grida “Simon! John!”, i confini tra chi li amava e chi li odiava paiono sfumati. Ormai due generazioni di teenagers sono cresciute senza Duran Duran, scegliendo altre porcherie sonore e visive per rincitrullirsi. E nei confronti del gruppo di Birmingham pare essersi creata una certa atmosfera da un lato di riabilitazione (concetto che sottintende chissà quali orrende “colpe” agli occhi della gaia critica), dall’altro di disponibilità, di obiettività.
E’ ironico che proprio in questo frangente esca un album intitolato “Pop trash”. Come suggerisce il titolo, non è rimasto altro che frugare nella propria spazzatura, a questo gruppo che nella sua parabola ha seguito un percorso pop di rara coerenza, incorporandone tutti gli elementi possibili, da “Barbarella” a Andy Warhol, dal glam-rock a Mtv. Persino i fans più fedeli faticheranno ad aggrapparsi ai momenti di pallida ispirazione: “Lady Xanax”, “Mars meets Venus”, e “The sun doesn’t shine forever” - tra l’altro, tutte misteriosamente concentrate verso la fine del disco, quando il morale è molto vicino ai tacchi.
E se non ironico, è sintomatico che il naufragio avvenga con un lavoro che del vecchio pop tentava di dare ragione, con canzoni legate da un comun denominatore, come avveniva tanti anni fa per i concept-album: un “Pop trash movie” che torna a pescare là dove spesso Simon e Nick avevano preso ispirazione, la fantascienza arcaica - quella di “Starship troopers”, sicuramente non quella cibernetica di “Matrix”. Il passato, di nuovo, e le sue sempre più fioche luci, forse perché suonata la campana dai 40 anni, come già accaduto ad altri dinosauri persino più illustri (Pink Floyd, Rolling Stones...), dei DD finiamo per vedere il nudo scheletro: sembra svanita la capacità di aggiungere brillantezza, genio, passione, grinta, qualsiasi tipo di magia alle loro convinzioni musicali, andate fossilizzandosi da “Liberty” ad oggi. E non va trascurato il fatto che da molto tempo dalla band sono scomparsi i responsabili delle sferzate ritmiche: rimasti privi di ben tre Taylor (un record!), i tre moschettieri tendono molto spesso ad adagiarsi su impasti sonori del tutto privi di nerbo: a fare la differenza, tra una decente “Someone else not me” e una meno decente “Playing with Uranium” resta quindi solo un po’ di convinzione in più da parte di Simon nell’interpretazione, qualche trovata nell’arrangiamento. Ma, per rendere accattivante nei club “Halllucinating Elvis”, non basterebbe più un remix di Nile Rodgers, ma sarebbe necessaria una task force composta da Fatboy Slim, Underworld e Flood.
E’ il capolinea per un gruppo storico, o semplicemente un passo falso? La nostra malinconica sensazione è che sia valida la prima ipotesi; del resto, il modo in cui i Nostri hanno lasciato affondare il precedente “Medazzaland” senza combattere, senza curarsi di farlo sentire ai fedeli fans europei, è un precedente inquietante. Duole sinceramente emettere un verdetto tanto sconsolato, ma possiamo garantire che ci sarebbe bastato un pezzo, una “ordinary song” - qualcuno avrebbe potuto definirlo solo un episodio, ma noi avremmo potuto chiamarlo Paradiso...
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