«HEY WHAT - Low» la recensione di Rockol

La sinfonia distorta dei Low

Rumore e segnale si fondono in un unico flusso, in un album capolavoro

Recensione del 10 set 2021 a cura di Gianni Sibilla

Voto 8/10

La recensione

In questi mesi ho visto spesso sul mio telefono arrivare la notifica "Lowtheband è in diretta": certe volte erano solo piccoli aggiornamenti di Mimi Parker e Alan Sparhawk dalla loro casa, molto spesso erano mini concerti di una ventina di minuti, il venerdi, intitolati "It's Friday, I'm in Low".

Un piccolo appuntamento dal vivo che è andato avanti anche in un periodo in cui ai colleghi era già passata da tempo la voglia di fare performance in diretta social come nel primo lockdown.  Ma d'altra parte i Low hanno sempre fatto le cose a modo loro, ed è per questo che siamo ancora qua a parlarne dopo 30 anni e per un nuovo disco, "Hey what", che è un mezzo capolavoro, se non un capolavoro intero. Diamoci un po' di tempo per ascoltarlo ancora, ma i segnali ci sono tutti.

Il suono, il segnale e il rumore

In una bella e recente intervista a Pitchfork, il duo ha raccontato che la propria carriera è nata proprio sul giocare nel campo opposto delle convenzioni: "Siamo sempre stati dei bastian contrari, abbiamo basato la nostra fortuna su questa cosa", ha raccontato Alan Sparhawk, facendio riferimento al fatto che negli anni '90 il mondo del rock era tutto chitarre forti e rabbia, mentre loro erano minimali, lenti e rarefatti.

Lo si chiamava "slowcore", al tempo, all'opposto dell'hardcore. Ironia della sorte, dal 2005 la band incide per la Sub Pop, l'etichetta simbolo del grunge che in quel periodo dominava: è lì che ha portato alla massima realizzazione quel suono, con "C'mon "(2011) e "The Invisible Way" (2013), quest'ultimo prodotto da Jeff Tweedy dei Wilco.  .
Da qualche anno invece la band ha progressivamente ma radicalmente cambiato il proprio sound minimale, con la collaborazione con il produttore BJ Burton (Bon Iver, tra gli altri). "Ones and sixes" (2015) era un primo passo, con qualche indizio di un suono più stratificato, distorto e massimale, pur mantenendo le armonie vocali dei due. Ma "Double negative" nel 2018 fu uno shock per i fan, un corto circuito di dissonanze dove la forma canzone e le voci si scioglievano in un magma sonoro affascinante ma complesso, dove il rumore prendeva il sopravvento sul segnale.

La conclusione di una trilogia?

Il nuovo album è il terzo capitolo di questa trilogia, in cui le anime dei due dischi precedenti si fondono alla perfezione: c'è il rumore stratificato, ma il segnale distorto diventa più chiaramente musica. Non fatevi spaventare dai primi 45" di feedback filtrato: tutto il disco ha chitarre manipolate e di suoni difficilmente riconoscibili e riconducibili a quelle di uno strumento classico, ma le voci fanno da centro e riportano l'ascoltatore nella casa dei Low che già conosciamo. 

C'è un gioco di contrasti tra melodia e dissonanza che è praticamente perfetto. l'iniziale "White horses" in realtà dura poco più di tre minuti, ma è incastrata tra il già menzionato feedback iniziale ed un beat ossesivo finale di oltre un minuto, che si fonde nella successiva "I can wait", anche questa con una melodia eterea tipicamente Low. Tutto il disco è così: una sorta di sinfonia dove le canzoni si fondono l'una nell'altra, perdendo la loro forma ma rimanendo riconoscibili grazie e dove la musica crea una tensione che viene rilasciata dall'effetto rassicurante delle armonie vocali. Geniale.

La canzone

Il primo "singolo" (ammesso che lo si possa chiamare tale) "Days like these" è il capolavoro del disco: si alternano le due voci doppiate da una sorta di vocoder, chitarre rarefatte che per un attimo ricordano i "vecchi" Low, salvo poi tornare ad una cascata di distorsioni ed effetti e ad una lunga coda finale spettrale di drone music. Un giro sulle montagne russe che dura 5 minuti, che ti fa girare un po' la testa, ma che hai voglia di rifare appena scendi.

 

TRACKLIST

01. White Horses (05:03)
02. I Can Wait (04:02)
03. All Night (05:14)
04. Disappearing (03:32)
05. Hey (07:41)
06. Days Like These (05:20)
07. There's a Comma After Still (01:51)
08. Don't Walk Away (04:07)
09. More (02:10)
10. The Price You Pay (It Must Be Wearing Off) (07:08)
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