Black Keys a Milano, un concerto per scrollarsi di dosso tutto

Dan Auerbach, Patrick Carney e soci tornano in Italia: racconto e scaletta della prima data a Milano
Black Keys a Milano, un concerto per scrollarsi di dosso tutto
Credits: Arianna Carotta / Concessione in uso a Rockol

Al centro del palco dell’Alcatraz, quasi più avanti di tutto il resto, c’è la batteria, innalzata su una pedana e trasformata in uno dei punti principali dell’intero concerto dei Black Keys. È lì che, sotto la precisione e i colpi netti di Patrick Carney, la sera del 10 settembre trova il suo baricentro. Accanto, la chitarra e la figura di Dan Auerbach si spostano sulla destra, gli altri musicisti occupano diversi livelli alle loro spalle e sopra le loro teste campeggia una gigantesca scritta “The Black Keys”, costruita come una vecchia insegna da teatro e bordata da decine di lampadine. A seconda delle luci sembra uscita da un cinema americano, da un luna park o da qualche locale rimasto fermo agli anni Settanta. Questa sorta di non-scenografia, fatta soprattutto di strumenti, amplificatori, cavi e tappeti stesi sul pavimento, non cerca la pulizia contemporanea e minimale, ma costruisce un piccolo universo volutamente rétro e analogico, perfettamente coerente con il modo in cui i Black Keys continuano a rileggere e mischiare blues, psichedelia e rock americano. La prima delle due date milanesi del “Peaches ’n Kream World Tour ’26”, che segue l’uscita del quattordicesimo album “Peaches!”, parte proprio dalla sensazione che per divertirsi possa ancora bastare mettere sei musicisti su un palco e farli suonare sul serio.

Tra lo scanzonato e la musica suonato sul serio

Ad aprire la serata è il 72enne chitarrista e cantautore blues Robert Finley, poi quando arriva il momento dei Black Keys conviene quasi mettersi gli occhiali da sole insieme a loro. Li indossano tutti e sei, contribuendo a un’estetica precisissima e molto più curata di quanto la sua apparente noncuranza faccia pensare. Auerbach canta e suona con camicia a maniche corte, mocassini, calzini bianchi e l’aria di chi potrebbe essere uscito da una fotografia di mezzo secolo fa, mentre Patrick Carney resta piantato al centro della scena e trasforma la batteria nella componente più fisica del concerto. Sul livello rialzato alle loro spalle Jimbo Mathus alle tastiere, Chris St. Hilaire alle percussioni, Barrie Cadogan alla chitarra e Andy Gabbard al basso sembrano invece avere imbandito una specie di cena in piena chimica tra loro. La postazione di St. Hilaire, con maracas, tamburelli e percussioni disseminate davanti a lui, assomiglia al banco affollato di una cucina, mentre sulla tastiera spunta persino la statuetta di una testa di teschio bianco. Anche il fotografo ufficiale, che compare continuamente sul palco o appena sotto, partecipa inconsapevolmente (o forse no) alla messinscena con canotta bianca, jeans, mocassini e braccia tatuate. Potrebbe sembrare tutto uno scherzo molto ben organizzato, se i sei non suonassero con una precisione che impedisce di ridurli a semplici burloni. Sul fondo, intanto, scorrono visual psichedelici fatti di macchie liquide, colori saturi, forme organiche e immagini sovrapposte che passano dal blu elettrico all’arancio e al rosso. Davanti c’è un pubblico altrettanto difficile da rinchiudere in una generazione sola, con ragazzi universitari che parlano inglese al bancone del bar, e adulti sotto il palco che nei Black Keys hanno riconosciuto gli idoli della propria adolescenza ormai parecchi anni fa.

Quando alle 20.45, con 15 min di ritardo molto milanesi, parte “Heavy Soul”, i sei musicisti entrano tutti insieme, con gli amplificatori già accesi e le chitarre che cominciano immediatamente a prendersi spazio. Chi ha guardato online le scalette delle sere precedenti scopre presto di essersi rovinato ben poco, perché i Black Keys cambiano profondamente l’ordine dei brani rispetto allo show delle sere precedenti e costruiscono una serata che non dà l’impressione di essere la replica automatica di un tour. “Fever” accende ancora di più l’insegna alle loro spalle, poi “Gold on the Ceiling” provoca il primo vero coro collettivo. “Just Couldn’t Tie Me Down” mette in primo piano la spinta di basso e batteria, mentre con “Next Girl” e “Lo/Hi” l’Alcatraz esplode. Non ci sono convenevoli e parole tra una canzone e l’altra, nessun tentativo da parte di Auerbach di costruire una relazione con il pubblico attraverso racconti o discorsi. Ci sono la chitarra, il groove e un’intesa ritmica che può permettersi di allungare gli strumentali senza far perdere tensione. Il suono dei Black Keys funziona proprio quando smette di essere soltanto un riferimento stilistico e diventa qualcosa di fisico, con Carney che tiene insieme il movimento dei pezzi e Auerbach che lavora sui riff senza trasformare ogni spazio disponibile in un pretesto per esibire tecnica, ma il virtuosismo resta al servizio delle canzoni.

Blues e psichedelia per staccare da tutto

Il punto più alto arriva con “Weight of Love”, che rallenta la frenesia del concerto per aprire uno spazio più ampio, quasi sospeso, prima che la parte elettrica si allarghi in un lungo sviluppo strumentale e il blues rock della band cominci a sfumare in una psichedelia che guarda anche ai Pink Floyd. È uno di quei momenti in cui diventa evidente quanto la formula apparentemente elementare dei Black Keys possa diventare elastica senza perdere il proprio centro. Poco dopo “I Got Mine” riporta il peso sui riff, “Where There’s Smoke, There’s Fire” torna alle radici del repertorio di “Peaches!” e “Tighten Up” riporta l’Alcatraz nel territorio delle canzoni che tutti riconoscono dopo poche note. Anche le cover confermano che questa sera la band non vuole semplicemente ripetere quanto fatto nelle date precedenti. Niente Stooges e altre riletture già apparse nei concerti del tour, ma “Not Fade Away” dei Crickets affrontata nella versione resa celebre dai Rolling Stones, prima che “She’s Long Gone” chiuda il set principale. È una scaletta che continua a muoversi tra repertorio blues, garage rock, psichedelia e singoli enormi senza creare una vera separazione tra le diverse fasi della carriera.

I Black Keys, del resto, sono una di quelle band che si possono perdere di vista per qualche anno e delle quali si può anche decidere di ignorare l’ultimo disco, salvo poi ritrovarsi a un loro concerto e accorgersi di conoscere una quantità sorprendente di canzoni. In diciannove brani e quasi due ore di musica, “Howlin’ for You”, “Wild Child”, “Tighten Up”, “Gold on the Ceiling” e gli altri singoli attraversano periodi diversi e appartengono ormai a ricordi diversi per fasce di pubblico diverse. Vedere un Alcatraz pieno rispondere con la stessa euforia finisce quasi per far sembrare i Black Keys una band di sole hit. E quando la canzone non è una hit, bastano il modo in cui suonano, la totale assenza di chiacchiere e quei lunghi passaggi strumentali a tenere alta l’adrenalina. Dopo una breve uscita di scena, Dan Auerbach, Patrick Carney e soci tornano per “Little Black Submarines”, che passa dalla parte acustica alla deflagrazione elettrica, e infine per “Lonely Boy”. È impossibile non ballare fino all’ultima nota e, quando tutto l’Alcatraz canta anche l’ultimo verso, il concerto finisce con la sensazione molto concreta di aver staccato per due ore dal mondo esterno, di essersi scrollarti di dosso tutto, e di aver attraversato varie tappe della propria vita senza che, nel frattempo, i Black Keys abbiano perso l’orientamento.

Scaletta:

Heavy Soul
Fever
Gold on the Ceiling
have love
Just Couldn't Tie Me Down
Next Girl
Lo/Hi
Everlasting Light
Howlin' for You
Wild Child
Man on a Mission
Weight of Love
I Got Mine
Where There's Smoke, There's Fire
Tighten Up
Not Fade Away
She's Long Gone

Bis
Little Black Submarines
Lonely Boy

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