«DOUBLE NEGATIVE - Low» la recensione di Rockol

Il corto circuito spaventoso del futuro nelle dissonanze dei Low

Macchina automatica, no anima: lo spettro tecnologico dei Low in "Double Negative"

Recensione del 29 set 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Dai passaggi lenti dello slowcore all’irruenza del grunge, gli intrecci armonici di Alan Sparhawk e Mimi Parker, da vent’anni due cuori e un’anima nel progetto Low - e forse ancora di più nel privato, in quanto coppia artistica e di fatto - hanno esplorato inquietudini, emozioni e malinconie degli umani affanni. A distruggere ogni residua briciola di speranza è il cataclisma senza ritorno di “Double Negative” spalancando un abisso di stratificazioni elettroniche. Il pezzo (rotto) di una qualche tecnologia moderna appare in copertina come un misterioso fantasma dagli occhi vuoti e rivela un incubo impossibile, dove tutto suona come un ultimo, disperato, grido di allarme.

C’è un dramma collettivo che sembra essersi appena consumato e che ha portato a una deriva dove non c’è quasi più traccia di umanità. Nella musica dei Low (che saranno a Milano in concerto il 5 ottobre al Teatro dal Verme) ogni illusione di fiducia è ormai persa in favore della supremazia delle macchine, vere protagoniste del disco, in grado di piegare strutture e melodie sotto nubi di distorsioni claustrofobiche. Gli effetti di questa massiccia alterazione sintetica non risparmiano nemmeno le parole, usate a più riprese come indecifrabile punteggiatura ritmica, eppure ancora capaci di solitari sussurri di vita nel caos freddo dei congegni industriali. Si aprono così dissonanze elettriche e sinistri rumori bianchi, in cui le voci eteree di Alan e Mimi riescono miracolosamente a farsi largo producendo un corto circuito destabilizzante e fortissimo.

Complice di tanta funesta tensione è stato il produttore BJ Burton, già al lavoro con i Low nel precedente “Ones and Sixes” e ora coinvolto direttamente nel processo di scrittura dell’album. Il risultato è un gorgo di suoni disgregati e violenti che pesano come piombo e saturano le frequenze oltre misura. Un trip lancinante che il trio - Sparhawk, Parker e il bassista Steve Garrington - compone dissolvendo la propria anima “rock” per sua stessa implosione. Ciò che resta non è altro che il prodotto del nostro tempo, fatto di passaggi urticanti e di distensioni robotiche tutt’altro che confortevoli. Un futurismo del nuovo millennio che “Double negative” apre con un brano sequenza annientatore, diviso in tre tracce - “Quorum”, “Dancing and blood” e “Fly”, di cui i sedici minuti di video ne ricompongono l’essenza in un corpo unico. Una voce aliena pare arrivare da uno spazio distante per portare ordine in un disfacimento spaventoso e sciogliere, poi, il fragore in un segnale rarefatto, fino a prendere forma compiuta nella sua terza e ultima parte, “Fly”, una falla di toccante dolcezza prima di frammentarsi ancora una volta tra mille trabocchetti di interferenze e rumorismi.

In “Dancing and fire” arriva l’affondo inesorabile di “it’s not the end, it’s just the end of hope” cantato da Sparhawk con disincantata accettazione di un mondo spietatamente in rovina. L’essenza cantautorale, socialmente impegnata e mai scontata, dei Low - in fondo Alan e Mimi arrivano dalla città natale di Bob Dylan e in quel di Duluth evidentemente è facile respirare una certa poetica - si trasforma quindi in un flebile respiro, tormentato da un’elettronica portentosa e fuori controllo al punto da celare ogni cosa. In “Tempest” il marasma inquieto di suoni distruttivi sembra volersi prendere definitivamente gioco degli impianti hi-fi portando le casse a sopportare distorsioni sempre più stranianti. Le brevi boccate di ossigeno sono fornite dalle incursioni quasi celestiali di “Always up” e da quelle magnetiche di “Poor sucker”. In ultimo, una solenne e drammatica “Rome (Always in the dark)” introduce il battito meccanico di “Disarray”, dove si accende l’eco delle fabbriche martellanti dei Pink Floyd di “Welcome to the machine”: “This evil spirit, man, is bringing me down” cantano i Low prima di lasciare spazio al grande vuoto finale che si manifesta dopo l’onda lunga del proprio vortice.

“Double negative” è un grosso cazzottone che colpisce dritto alla bocca dello stomaco, in cui le singole tracce si fondono in brividi e affanni, rincorrendosi di continuo nella follia generata da un fuzz insaziabile. Ricostruire perciò a posteriori le origini degli spasmi metallici messi in campo da una manipolazione estrema risulta così impossibile quanto superfluo in questo immenso scenario di timbri digitalizzati e pulsanti. Il richiamo a pionieri e sperimentatori incalliti, come Radiohead e Sigur Ròs, è quasi istintivo per quella capacità di destrutturare le partiture in materia onirica, ma qui i Low riescono ad andare oltre la semplice ricerca della bellezza nel freddo delle apparecchiature elettroniche, tanto da afferrarne una prospettiva quasi divina.

Per mettere in scena il naufragio dell’uomo, smarrito in un’esistenza arrivata al suo punto di non ritorno, i Low offrono la loro visione della deformazione del progresso in un disco contorto che alla violenza di dub e trip hop, sintetizzatori e beat compressi, avanguardia e minimalismo, contrappone, in perfetta antitesi, le voci angeliche ed estatiche della coppia al timone della band, rese ancora più cristalline dal contrasto con tutto quel nero che le circonda. Un negativo di videoarte, affascinante e apocalittico come un blob vischioso che riesce ad avvolgere ogni cosa incontri e dal quale non c’è via di scampo. E con cui iniziare, necessariamente, a fare i conti. 

TRACKLIST

01. Quorum (03:42)
02. Dancing and Blood (06:22)
03. Fly (05:48)
04. Tempest (04:48)
05. Always Up (05:28)
07. The Son, The Sun (03:30)
08. Dancing and Fire (04:17)
09. Poor Sucker (03:35)
11. Disarray (03:52)
Low Rock
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