«THE ASCENSION - Sufjan Stevens» la recensione di Rockol

"The Ascension", l'anima turbata di Sufjan Stevens in cerca della bellezza

Il nuovo album del cantautore di Detroit che, tra fede e impegno sociale, mescola flusso di coscienza e trame elettroniche per raccontare di un popolo che ha confuso la religione con lo spettacolo

Recensione del 28 set 2020 a cura di Marco Di Milia

Voto 8/10

La recensione

Il veleno che gli scuote la bile questa volta arriva da una ferita ancora troppo aperta. Perché se Sufjan Stevens ha attraversato folk e introspezione personale mettendo in musica i suoi racconti sospesi tra fede, famiglia e scompensi affettivi, ora per scoprire le pene dell'anima ha bisogno di evocare il gran tumulto della sua America.

Una crisi di valori, personale e collettiva
Nel nuovo “The Ascension”, il cantautore di Detroit si lascia andare a un lungo sfogo, insieme angosciato e intimo, su un presente che non riesce a decifrare. Parla di una crisi di valori privata per costruirne, per associazione, una collettiva, mescolando un flusso di coscienza intenso e poetico realizzato attraverso il massiccio utilizzo di sintetizzatori Prophet. Composto quindi da trame oniriche, riverberi e bordoni rumoristici il monumentale lavoro di Stevens - il primo come solista da “Carrie & Lowell” del 2015, dopo ben tre album frutto di altrettante collaborazioni - è soprattutto il racconto di un cuore pieno di tribolazioni. In “America”, lunga chiosa di un album da 80 minuti di durata, proclama: “Ti ho amato, mi sono addolorato / Mi vergogno di ammettere che non ci credo più”.

Un mondo in rovina tra sintetizzatori, religione e spettacolo
Su queste stratificazioni analogiche ed elettroniche, l’ex ragazzo col banjo delinea un mondo sonoro carico di romantica disillusione, rimproverando ai suoi connazionali di aver confuso la religione con lo spettacolo, scambiando gli insegnamenti di Gesù per le invettive del controverso presentatore a agitatore politico statunitense Tucker Carlson.

Questa sequenza di riflessioni, che distrattamente potrebbe apparire piuttosto monocorde rivela in realtà la grande abilità di Sufjan di realizzare ogni volta dei mondi sonori a sé, manipolando apparecchiature e strumentazioni del tutto diverse tra loro. In questo “The Ascension” non fa eccezione, consegnando un altrove musicale che riunisce tanto le divagazioni spaziali di “Planetarium” quanto le suggestioni new age del recente “Aporia”, realizzato col socio e patrigno Lowell Brams. La tensione dei sintetizzatori si stempera qui in un canto leggero e a tratti sottomesso, eppure del tutto in grado di denunciare la deriva in cui, suo malgrado, si trova a provare sulla propria pelle. Denaro, potere e governi sono il faro di una società ormai priva di una guida, così come lo stesso Stevens sembra aver smarrito quei punti di riferimento che reclama lungo i quindici episodi che compongono il disco.

Zucchero, tranquillanti e romanticismo
Muovendosi quindi verso mille direzioni differenti, il musicista intrattiene una conversazione intima in compagnia di angeli e demoni del nostro tempo, alla ricerca di un riparo in mezzo a una simile sconfitta di sentimenti. Si rifugia quindi nella dolcezza degli affetti in “Run away with me”, mentre nell’etereo electro-pop di “Video Game” precisa di non voler essere parte del meccanismo perverso dei social media, responsabili di un declino culturale dilagante. “I don't wanna be your personal Jesus / I don't wanna live inside of that flame / In a way, I wanna be my own believer I don't wanna play your video game” canta richiamando in causa un’autenticità che ormai sembra essere irrimediabilmente perduta. Ancora, se con “Ativan” - dal nome di un noto tranquillante utilizzato per trattare l’ansia e l’insonnia - evoca il terrore di un abisso imminente, in “Make me an offer I cannot refuse” insegue una redenzione dalle storture che lo circondano e, poi, nell’agrodolce “Sugar” invita a raccogliere ciò che è buono e prezioso per farlo proprio, e condividerlo con gli altri.

Vulnerabilità e turbamenti
Sufjan ha definito “The Ascension” “prepotente e stronzo”, il suo lavoro tanto pessimista e onesto che ha sentito il bisogno di ravvivare con l’energia dei sintetizzatori.

In mezzo al costante ripetersi di sconfitte e desolazioni, prova a risollevare dal torpore della quotidianità quell’America che aveva già sublimato nella combinazione di immagini e idee di “Greetings From Michigan” e “Come On Feel The Illinois”, stringendo però all’osso la gamma di emozioni possibili. Per questo, tra fantasia e cinismo, il cantautore presenta una sferzata utile a dare nuova vitalità al mondo scollandosi di dosso abitudini scomode. Se da un lato le motivazioni del disco possono sembrare utopistiche e anche alquanto pretenziose, riesce però a evitare la china della facile retorica con naturalezza, mostrando in pieno quanta vulnerabilità ci sia in un artista scosso dai propri turbamenti, in cerca di una via d’uscita da un ambiente che sembra non appartenergli affatto.

La canzone da ascoltare
Nel caos dei beat e delle ritmiche a tratti guizzanti, ciò che lascia spiazzati è la forza evocativa del brano che dà il titolo all’album. Poco meno di sei minuti di catarsi salvifica nei quali Sufjan sembra riprendere finalmente il controllo della sua realtà trasmettendo un senso di serenità quasi celestiale mentre esprime un disagio a tratti persino consolatorio: “Quando sono morto e la luce lascia il mio petto", canta nella strofa, "Niente da dire, niente da confessare / Lascia che la cronaca mostri ciò che non potevo confessare del tutto / Perché vivendo per me stesso stavo vivendo per i disordini”. Svela in questo modo il suo punto di vista su tumulti esistenziali che sono parte integrante delle sue dinamiche, lasciando trasparire frustrazioni, angosce e speranze attraverso un processo di astrazione del tutto liberatorio.

Un loop infinito di disastri e speranze
Così, se in ultimo la conclusiva protesta di "America" non costituisce affatto una confessione religiosa, come lo stesso Stevens ha precisato, “The Ascension” si caratterizza per una corrispondenza ipnotica di intrecci personali, sociali e politici che, da “Tell me you love me” a “Landslide” e “Death star”, continua a chiedere senza potersi dare risposte come una divinità sovrana abbia permesso agli Stati Uniti di autodistruggersi a tal punto.

Richiamando perciò quella particolare sensazione di smarrimento che Sufjan Stevens ha affrontato in prima persona, le tracce si sono riempite come per osmosi di desideri e di dissonanze, a volte anche contemporaneamente, per generare un loop infinito di disastri e incertezze. Una scossa, tuttavia, che si collega in modo paradossale e creativo, con la disperazione e la speranza così ferocemente radicate nel nostro tempo.

TRACKLIST

02. Run Away With Me (04:07)
03. Video Game (04:16)
04. Lamentations (03:42)
06. Die Happy (05:47)
07. Ativan (06:33)
08. Ursa Major (03:43)
09. Landslide (05:04)
10. Gilgamesh (03:51)
11. Death Star (04:04)
13. Sugar (07:37)
14. The Ascension (05:54)
15. America (12:30)
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