«ISOLE - Opra Mediterranea» la recensione di Rockol

Isole: il “new prog” degli Opra Mediterranea

Gli Opra Mediterranea non sono gli epigoni di un genere storico e storicizzabile, ma gli esponenti di un “new prog” (si può dire?) che senza rinnegare gli stilemi degli anni gloriosi sa reinventarli e in qualche modo renderli più contemporanei.

Recensione del 23 feb 2020 a cura di Franco Zanetti

Voto 7/10

La recensione

Nel bene e nel male, il prog rock è stato la mia musica di formazione, per merito o per colpa delle recensioni di Enzo Caffarelli sul vecchio glorioso “Ciao 2001”.

E siccome con Roberto Gasparini ci conosciamo da trent’anni – quando lui è entrato nella discografia “ufficiale”, nel 1989, io l’avevo lasciata per dedicarmi solo al giornalismo musicale – è logico che lui, nella veste di produttore di questo disco, abbia chiesto a me di ascoltarlo e recensirlo. Non ho voluto dirgli di no, benché la mia firma compaia assai raramente nelle pagine delle recensioni di Rockol; ho però chiesto di ricevere il disco in formato fisico, in CD, perché così come recensisco solo libri di carta, così non ascolto musica in streaming, se devo o voglio scriverne: ho ancora bisogno di un supporto fisico e di una situazione ambientale “protetta”, che sia lo studio di casa o l’abitacolo dell’automobile.

Appunto in automobile ho ascoltato, e più volte, il disco d’esordio degli Opra Mediterranea, quintetto toscano nato nel 2010 (Mattia Braghero alla voce, Manuele Mecca alla batteria, Lorenzo Morelli al basso, Federico Ferrara alle chitarre e Michael Aiosa alle tastiere). Il progetto è ambizioso, e lo dimostrano le parole del comunicato stampa che accompagna il CD: “Opra Mediterranea reinventa di sana pianta le regole del prog rock, con robusti innesti cantautorali, divagazioni jazz e art, lunghe atmosfere sospese fra arpeggi acustici, monoliti di tastiere che irrompono sulla scena, melodie protese verso la grandezza... immaginate i King Crimson che si bagnano nelle acque della Fontana di Salmacis dei primi Genesis; i sussurri delle brughiere lombarde della PFM che prendono corpo e si ingegnerizzano negli incastri perfetti dei Gentle Giant, le cascate di note di casa Van der Graaf”. E’ prog, in un certo modo, anche il comunicato, come lo è il breve testo della custodia del CD: “Le isole siamo noi, agglomerati di vissuto e memorie, incastrati nel mare. Navigando a vista dell’arcipelago dei rapporti, in una quotidianità alienante, quello stesso spazio che sembra tenerci lontani ci lega irrimediabilmente”.

Insomma, il progetto è ambizioso.

La risposta che dovrei dare io, dopo l’ascolto del CD, è se le ambizioni dichiarate sono realizzate. Sinceramente, mi pare che se da un lato i sei brani (alcuni molto lunghi, più di tutto “Isole” con i suoi oltre 11 minuti e “Frammenti di una via distesa tra la terra e il mare”, titolo pletorico per oltre otto minuti di musica) si lascino ascoltare piacevolmente, senza ingenerare noia o suscitare moti di impazienza che spingano a premere il tasto skip, dall’altro lato raramente riescano a suscitare un profondo coinvolgimento emotivo. E non lo dico perché, come molti recensori assai più giovani di me, non sia più in grado di apprezzare i format orgogliosamente non-radiofonici (o non-streaming friendly), anzi al contrario. Ma quel che resta, alla fine di più ascolti, è la sensazione che l’attenzione alla forma e alla tecnica – che ha peraltro dato ottimi risultati – abbia penalizzato l’intensità emozionale. Non ho trovato, né sul CD né sul comunicato, le attribuzioni autorali dei brani, che quindi presumo siano da accreditarsi alla band nel suo complesso. Mi sembrano migliorabili soprattutto i testi, che raramente catturano l’attenzione, a dispetto delle ispirazioni probabilmente letterarie benché non esplicitamente dichiarate (Paolo Giordano per “Numeri primi”, Alessandro Baricco per “Oceano mare”).

“Isole”, dunque, mi sembra rappresentare – come spesso succede con le opere prime – più un punto d’arrivo che un punto di partenza; è la summa di quello che è stata la band nei primi nove anni di operatività, ma non contiene abbastanza novità e originalità da porsi come punto di partenza. Indubbiamente il disco giustifica, e anzi chiede esplicitamente, un seguito convincente che dia davvero la sensazione che gli Opra Mediterranea non siano degli epigoni di un genere storico e storicizzabile, ma gli esponenti di un “new prog” (si può dire?) che senza rinnegare gli stilemi degli anni gloriosi sappia reinventarli e in qualche modo renderli più contemporanei. In bocca al lupo.

TRACKLIST

01. Lettera (06:52)
02. Marionetta (04:26)
03. Numeri primi (04:51)
04. Isole (11:33)
05. Oceano mare (06:03)
06. Frammenti di una via distesa tra la terra e il mare (08:05)
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