«HYPERSPACE - Beck» la recensione di Rockol

Beck, fuga dal pianeta Terra assieme a Pharrell Williams, con "Hyperspace"

Il viaggio fantascientifico del cantautore californiano attraverso il portale dimensionale del nuovo disco per mettersi al riparo dalle sventure della vita. Voglia di evasione, ma anche di sospensione della realtà

Recensione del 26 nov 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Con un’estetica decisamente fuori dal tempo, le moderne suggestioni di Beck Hansen viaggiano ancora una volta secondo logiche, al solito, del tutto imprevedibili. Nel suo ambiente retrofuturibile, l’eclettico cantautore californiano ha incrociato, con certosina attenzione, elettronica e melodia, un inguaribile animo romantico e la grazia plasticosa di una dimensione parallela dai colori saturi, ma anche carica di nostalgia vintage, che, fuori da ogni coordinata geografica, crea nel nuovo “Hyperspace” una realtà densa di glamour anni Ottanta, in un non-luogo a metà tra la moda di Miami e la tecnologia di Tokyo.

Un’intuizione - che in copertina porta il nome di “Haipāsupēsu”, traslitterato dall’alfabeto katakana - arrivata subito dopo aver messo in archivio il pluripremiato “Colors” del 2017, che di quella colorata euforia questo lavoro di dissolvenze sembra essere la naturale conseguenza. In squadra con il guru d’alta classifica Pharrell Williams, Beck aveva inizialmente pianificato la collaborazione in un singolo o al massimo per un EP, sorprendendosi poi per l’energia creativa che, insieme, sono riusciti a liberare. Il risultato di questa intesa ha prodotto sette brani su undici di un album decisamente assorto, etereo e, soprattutto, in grado di intercettare la sensibilità contemporanea, restando sospeso nel mezzo, tra suoni sintetici e naturali. In una singolare sovrapposizione di blues, hip hop, auto-tune, psichedelia e drum machine, l’essenza pop del disco riesce a creare più di un riferimento al passato, dalle pulsioni malinconiche di “Sea Change” e “Morning Phase”, alle innovazioni brillanti di “Guero” e “Modern Guilt”, calandole in una rarefatta atmosfera di accattivante e ambigua leggerezza.

Sempre sfuggente alle etichette, nel suo quattordicesimo album Beck si lascia così trasportare, quasi smaterializzandosi, in un onirico viaggio attraverso il varco aperto nei glitch introduttivi di “Hyperlife”. Svelato il passaggio, le ariose sequenze di “Hyperspace” permettono di attualizzare e ridefinire, ancora una volta, la versatilità stilistica del biondo musicista di Los Angeles. Passando dal western contemporaneo del singolo “Saw lightning”, con la sua trascinante progressione di chitarra acustica, slide e armonica, fino alla immaginifica ballata di “Everlasting nothing” riesce a imprimere la sua caratteristica impronta in una combinazione che alterna evoluzione e dolcezza, senza voler mai eccedere nell’una o nell’altra.

L’approccio in parte asciutto e più minimale delle canzoni riflette anche la necessità di metabolizzare la fine del matrimonio del cantante con l’attrice Marissa Ribisi: da qui l’idea di creare durante il processo di scrittura la propria realtà interstellare, un portale di sicurezza in cui rifugiarsi e mettersi al riparo dalle difficoltà della vita. Attraverso questa rete di protezione dal mondo esterno, costruita superando di peso le normali leggi della fisica, si delinea nei pezzi l’immenso potere salvifico che l’artista affida alla musica. Nel farlo, racconta di chi è costretto a fare i conti con i propri demoni, soldi, droga, religioni o affetti che siano. È il caso della dipendenza tossica di “Stratosphere”, dove per sfuggire all’incubo bisogna spingersi altrove, verso un ultraterreno fumoso che permette di lasciarsi ogni cosa alle spalle. Una fluttuazione di synth intonata con il contributo di Chris Martin dei Coldplay che, insieme a “Chemical” e “Dark places” mette in scena il lato più riflessivo e al tempo stesso suadente dell’intero programma, facendo collidere l’estetica “eterea” del trip hop con quella più “tangibile” della forma pop. "Vivere nell'oscurità, aspettando la luce" chiosa il cantante nelle introspezioni di “Uneventful days”, fino a quando non ammette la sua verità: "Potresti conoscere il mio nome, ma non conosci la mia mente”.

Ancora, le restanti tracce di questa surreale evasione si compongono con il supporto di musicisti e produttori di differente formazione, come Greg Kurstin, già impegnato in “Colors” e qui presente per la sola “See through”, Cole M.G.N., Kossiko Konan e la voce di Sky Ferrara per l’oscura “Die waiting”, oltre alle metriche rap di Terrel Hines nella title track, lasciando comunque intatta la sensazione di un lavoro del tutto omogeneo, regolato in via quasi esclusiva da sospensioni e malinconie bramose. Privo perciò di quei pastiche irresistibili di groove e fantasia di una volta, “Hyperspace” si muove sulle frequenze ovattate di un artista bisognoso di allentare i propri contrasti attraverso quell’immediatezza melodica che gli consente una temporanea fuga dalla realtà. Un passaggio che in questo album permette di spingersi nella dimensione alternativa dove prendere finalmente respiro in assenza di vincoli e geometrie. Non è una semplice prospettiva, è il salto nell’iperspazio.

TRACKLIST

01. Hyperlife (01:36)
02. Uneventful Days (03:17)
03. Saw Lightning (04:01)
04. Die Waiting (04:04)
05. Chemical (04:18)
06. See Through (03:38)
07. Hyperspace (02:45)
08. Stratosphere (03:57)
09. Dark Places (03:45)
10. Star (02:50)
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