«HOT MOTION - Temples» la recensione di Rockol

"Hot Motion", la moderna alchimia vintage dei Temples

Gli eroi dello psych-rock britannico ritornano al passato con un album elettrico e compatto, tra fantasie pop e qualche incubo di troppo

Recensione del 02 ott 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

L’essere indicati da Johnny Marr e Noel Gallagher come la migliore nuova band del Regno Unito è un titolo che ai Temples ha portato l’onere di grandi aspettative e pure qualche grattacapo. Ridotti formalmente a trio, dopo l’abbandono del batterista Samuel Toms, il gruppo si è preso il tempo necessario per mettere a fuoco il peso di una responsabilità non proprio leggerissima, scegliendo di gestire in maniera del tutto fluida la lavorazione delle nuove idee. Rintanati per dieci mesi nella casa di campagna del riccioluto frontman James Bagshaw, i giovani psych-rocker britannici hanno vissuto, registrato e celebrato la propria strabordante spavalderia, al punto da lasciare spazio a un’inedita libertà compositiva che ha finito per caratterizzare l’intero album, al solito ricco di rimandi al passato.

In “Hot Motion” sono perciò confluiti non solo vecchi e nuovi riferimenti ai fantasmagorici anni Sessanta, ma anche una maggiore attenzione a quel lato smaliziato e diretto che la formazione del Northamptonshire aveva finora preferito sedimentare tra barocchismi e artifici melodici. Ciò che sorprende infatti è la fulminea immediatezza di tutte le tracce, con arrangiamenti levigati che omaggiano tanto i Kinks quanto i Beatles più meditativi di George Harrison. Il terzetto, mettendo da parte le sovrastrutture più bizzose, ha definito una propria obliqua traiettoria di trame circolari e riverberi dalla consueta anima lisergica. La stessa title track “Hot motion”, lanciata come singolo apripista, offre quell’altalena di fantasia liquida ed esplosione ritmica che rappresenta l’ideale biglietto da visita degli sforzi della band di realizzare un’opera citazionista e orecchiabile, a tratti densa, ma dagli equilibri pop pesati col bilancino.

Non solo smaccato modernariato però, perché nonostante una sovrabbondanza di manierismo che spesso finisce per avere la meglio sulle canzoni stesse, i Temples completano un arazzo ingegnosamente intricato di suoni - a modo loro - essenziali, un’alchimia vintage a tratti quasi esoterica, cupa e poetica che, pur restando focalizzata nella ricostruzione, quasi maniacale, di un’epoca già impressa nell’immaginario collettivo, riesce a mettere in dubbio un linguaggio ormai collaudato. Dalla marcia militaresca di “The howl” fino alle frenesie epiche per orchestra e scintille hard di “Atomise”, “Hot Motion” risulta un album onirico e magniloquente, compatto e perfino piuttosto spaccone con le sue strane elucubrazioni a zonzo tra sogni, desideri e incubi, capace però di trasmettere quel pathos di luci e ombre di una band al sicuro in una bolla temporale che si rivela non solo salvifica ma anche ostacolante.

Se “Context” appare come un inno allo sprezzante narcisismo, la chiusura affidata al ritornello brioso di “Monuments” provoca un’ulteriore spaccatura di umori nel roboante pop freak del gruppo, che alla fine sembra volersi fare carico di una rievocazione storica affabilmente patinata, senza troppa voglia di innovare un campo già tracciato, ai giorni nostri tanto dai Tame Impala quanto dai Muse. “Hot Motion” potrebbe essere considerato un progresso di capacità tecniche più che artistiche, ma non per questo è meno elettrizzante.

TRACKLIST

01. Hot Motion (05:48)
03. Holy Horses (03:05)
04. The Howl (04:25)
05. Context (03:40)
06. The Beam (03:06)
07. Not Quite The Same (05:12)
08. Atomise (03:52)
10. Step Down (04:05)
11. Monuments (04:27)
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