«THE CENTER WON'T HOLD - Sleater-Kinney» la recensione di Rockol

Sleater-Kinney, qualcosa è cambiato in "The Centre Won't Hold"

Con la produzione di St. Vincent il furore barricadero di un tempo si apre a inedite coloriture melodiche, eppure nei contrasti lo spirito ribelle continua a farsi sentire

Recensione del 02 set 2019 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Con la pubblicazione degli scatti che le ritraevano in studio di registrazione insieme ad Annie Clark, le Sleater-Linney avevano lanciato un messaggio. Una collaborazione, quella tra il trio di Olympia, Washington, e la poliedrica St. Vincent in veste di produttrice, foriera di un cambiamento di rotta per la band e che di fatto si è rivelata profetica. Come in effetti recita il titolo del nuovo album, “The Center Won’t Hold”, mutuato da un verso dello scrittore e poeta irlandese William Butler Yates, questo fragile equilibrio ha indirizzato le dinamiche del gruppo verso nuovi orizzonti di oscura elettronica e lampi synth pop, lasciando però sul campo anche parte di quell’animo riot di un tempo.

Conclusa la lavorazione del disco infatti il terzetto formato da Corin Tucker, Carrie Browstein e Janet Weiss si è infine scomposto, con l’addio di quest’ultima - che pure ha preso parte alla registrazione, così come alla decisione di mettersi alla prova in maniera differente rispetto a quanto fatto in precedenza - alle sue compagne d’avventura tramite un messaggio piuttosto diretto: “Le ragazze stanno andando in una nuova direzione ed è giunto per me il momento di voltare pagina”. 

E, in effetti, il peso dell’eterea mano di St. Vincent in queste undici tracce sembra farsi palpabile. Il suo tocco, forte di una caratura art-pop che spazia tra ritmiche robotiche e sofisticate filastrocche digitali, trasfigurano l’energia incendiaria delle S-K in una versione stratificata di beat e sequenze, debordante e al tempo stesso quasi innaturale. La determinazione compulsiva della Tucker, così come le caustiche chitarre delle Browstein sono ancora presenti, ma filtrate sotto una lente sì elegante ma anche artificiosamente deformante, che non fa che confermare il senso di assoluta insicurezza di questi anni difficili e bizzarri.

Con i riferimenti, diretti e indiretti che siano, al nostro tempo e alle sue mille contraddizioni, “The Centre Won’t Hold” si apre con i clangori metallici della traccia che dà il titolo al disco, in cui si canta la costante ricerca di qualcosa che possa appagare, tra opposti e paradossi, una costante inadeguatezza: “I need something pretty to help me ease my pain / I need something ugly to put me in my place” recitano i primi versi. È ancora dichiaratamente politico, anche se parte di quegli attacchi rabbiosi si sono ora articolati in linee rette e precise. Si affrontano temi sociali, come l’ambizione, il desiderio e la paura, spiazzando tra inedite armonie vocali e coloriture melodiche.

Nelle strofe del singolo “The future is here” si canta lo smarrimento di un presente difficile da accettare, ma dal quale non è possibile sfuggire. “Non mi sono mai sentita così dannatamente persa e sola” intonano le voci con fare quasi rassicurante su un’irresistibile ibrido tra analogico e digitale, con tanto di ritornello carico di “na na na”. Ancora, la ballata corale “The dog / the body” si lancia tra struggimenti e prese di coscienza in un potenziale inno rock, prima che la carica di pathos evocata con il solo pianoforte in “Broken” - incentrata sulla vicenda di Christine Blasey Ford, la psicologa che ha accusato di violenza Brett Kavanaugh, il giudice nominato da Donald Trump alla Corte Suprema - concluda questa spietata analisi di una realtà ormai pronta per il collasso. 

Fedeli a se stesse, ma pronte a cambiare il proprio vocabolario musicale le Sleater-Kinney fanno così il punto su una rivedibile umanità che continua ad essere centrale per le loro battaglie. Ibridate alle mutevoli intuizioni di St. Vincent in cabina di regia, hanno trasformato gli attacchi nervosi del passato in trame a tratti spiazzanti, perdendo parte della “leggerezza rock” per acquisirne un’altra senza per questo rinunciare a una certa urticante imprevedibilità. Se nella tensione di “RUINS” le pungolature ritornano a farsi sentire con forza, in brani come “Reach out” “Can I go on” e “LOVE”, il furore rivoluzionario sembra essersi inevitabilmente fatto da parte, nonostante i temi trattati non siano dei più incoraggianti. Eppure tra i contrasti, generazionali, sociali e nella formazione stessa, viene restituita tutta l’esuberanza barricadera di una band che non ha mai fatto distinzione tra privato e sociale e che continua, ancora una volta, a puntare il dito su quel dilagante senso di smarrimento che finirà per schiacciare ogni cosa.

TRACKLIST

02. Hurry On Home (02:48)
03. Reach Out (03:30)
04. Can I Go On (03:30)
05. Restless (02:41)
06. RUINS (05:18)
07. LOVE (02:16)
08. Bad Dance (02:45)
09. The Future Is Here (03:00)
10. The Dog / The Body (04:22)
11. Broken (03:02)

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.