Recensioni / 17 mag 2019

Vinicio Capossela - BALLATE PER UOMINI E BESTIE - la recensione

"Ballate Per Uomini e Bestie", il moderno Medioevo secondo Vinicio Capossela

Un gran ballo di uomini e animali, mai così vicini nel mistero della vita, per scacciare le ultime forme pestilenza. Nel nuovo disco del cantautore, il sacro e il profano insieme ad abbattere le barriere tra specie

Voto Rockol: 4.5/5
Recensione di Marco Di Milia
BALLATE PER UOMINI E BESTIE
Warner Music Italy (CD)

È una storia ancestrale quella che si racconta in “Ballate Per Uomini e Bestie”. Vinicio Capossela ricompone un quadro di presenze remote, ferine, demoniache e popolane per tracciare uno scenario di sconsolante umanità, ormai distante dall’eroico temperamento dimostrato dagli antichi progenitori, all’alba dei tempi. In forma di ballate, il cantautore di origini irpine mette in musica il limite irrisolto di una natura umana, al tempo stesso sacra e profana, che ha perso il suo legame con il mondo degli animali, testimoni anch’essi dello straordinario mistero della vita. Toccando il tema complesso delle moderne epidemie della nostra epoca si viene a delineare il grande vuoto di una società in cui, nonostante la costante proliferazione di dati e informazioni, si manifestano con forza i medesimi eventi negativi di pestilenza, miseria e guerra che hanno sconvolto l’età medioevale.

Una stasi collettiva che ha prodotto un’inesorabile caduta verso il basso, fatalmente enfatizzata da un linguaggio che riunisce poesia, filosofia e denunzia, capace così di mescolare suggestioni bibliche e fatti di cronaca, vite dei santi e favole dei Fratelli Grimm, Tim Burton e John Keats in un grande affresco picaresco. In un periodo storico in cui la trasmissione del male è del tutto capillare, attraverso la rete il desiderio si è tramutato in pornografia e il linguaggio in violenza, facendo perdere del tutto all’uomo quel contatto con l’aspetto divino della sua essenza. Gli animali, reali, fantastici e scomparsi rappresentano, nei quattordici racconti in canto dell’album, un tentativo di riavvicinamento a una forma unica di ritualità di cui esseri umani e bestie sono entrambi osservatori diretti. Nel grande dogma dell’evoluzione riecheggiano i secoli di una storia, densa e oscura, dove gli zoccoli del selvaggio uro battono di nuovo pesanti sulla Terra e la volontà di spianare le barriere tra specie si trasforma in frenesia, riportando l’esistenza al suo intricato brodo primordiale.

Nelle pitture rupestri delle Grotte di Lascaux, Capossela riconosce un’originaria frattura tra uomini e animali, compiuta con un gesto artistico. Irrompe così, stridente e vigorosa, dal pozzo dell’origine, l’immagine di “Uro”, dedicata al bovino estinto, protagonista insieme a cavalli e bisonti di uno dei segnali preistorici più celebri e meglio conservati. Ancora, in un salto evolutivo di oltre diciassette milioni di anni, arrivare a “La peste” con il suo ritmo che mastica Medio Oriente, sentimenti antichi, sintetizzatori, autotune e pulsazioni nervose mettendo in mostra il naufragio dell’uomo nel suo presente, capace di generare un nuovo Medioevo oscurantista sotto i colpi di uno strumento altrimenti prezioso come Internet trasformato in un’arma di distruzione che non contempla responsabilità collettive. Non a caso, il brano è dedicato a Tiziana Cantone, vittima, suo malgrado, della diffusione delle proprie immagini private in rete. Trasmessa per propagazione, la nuova infezione si alimenta della degenerazione di una società iper-connessa, fin troppo esposta a una eccessiva semplificazione - e brutalizzazione - delle moderne forme di comunicazione.

Il musicista nel suo album più politico affronta così la deriva di un senso di comune smarrimento senza via di ritorno. Non ammettendo ripensamenti, le nuove crociate si diffondono veloci masticando tutto ciò che incontrano con una leggerezza tale da trasformarsi in ferocia. Si auspica perciò un ritorno allo stato di natura per liberarsi da questi meccanismi perversi in modo da “lasciare il reale ed entrare nel vero”, come il licantropo melanconico protagonista della corsa, sostenuta dalle chitarre elettriche di Marc Ribot e Alessandro “Asso” Stefana, di “Le loup garou”, il cui desiderio di animalesca sovversione, manifestato dopo un rito elettorale, è comunque destinato a un tragico epilogo per recuperare quell’umanità per lui così poco edificante. Vinicio attinge quindi ancora una volta a un patrimonio folk sconfinato per trasformarlo in una saga mitologica e personale dove si intrecciano storie di lupi mannari e giraffe spaesate, gesta di dame e cavalieri, passando per la terrena utilità del maiale e la voglia di riscatto dei quattro musicanti di Brema.

In “Ballate Per Uomini e Bestie” la geografia di Capossela si espande allargandone ulteriormente orizzonti e immaginari dai quali attingere. La tradizione di bardi e trovatori è qui miticizzata in un’alternanza continua tra vecchio e nuovo in grado di creare un collegamento dinamico tra le diverse sedi di registrazione del disco, tre luoghi distanti geograficamente come l’Irpinia di Montecanto in provincia di Avellino, Milano e Sofia. Nell’album, ballate dagli istinti differenti sono dunque legate da quel carattere di racconto in metrica che non permette spazio alla sintesi, lasciando fluire le parole tramite arrangiamenti stratificati, traendo materia da riferimenti storici e melodici che sembrano tramandarsi da un passato remoto. Con la collaborazione di Massimo Zamboni, “Le nuove tentazioni di Sant’Antonio” diventano un punk filo-medioevale per immaginare, in chiave contemporanea, i tormenti a cui l’abate è sottoposto, mentre le orchestrazioni della Bulgarian National Radio Symphony Orchestra forniscono quello spirito - ora tragico (quello di “Danza macabra”), ora pietoso (di “Di città in città”) - essenziale per trasmetterne la narrazione. Il contributo, tra i tanti, di Sebastiano De Gennaro, Teho Teardo, Daniele Sepe, Jim White, Gak Sato, Peppe Frana e Giovannangelo De Gennaro apporta tessiture sonore che sembrano voler trascendere l’oggettività condivisa di canzoni adattate con l’utilizzo di strumenti desueti come il cromorno, la viella e i flauti. Ancora, Vinicio Capossela prende spunto da Oscar Wilde per la delicata inquietudine espressa in "Ballata del carcere di Reading" ispirata all’omonimo testo, ultimo lavoro dello scrittore e poeta irlandese prima della sua conclusiva rovina, e nell’ode alla lentezza de “La lumaca” si concede, infine, un ardito parallelismo tra la casa-conchiglia del mollusco e la raffigurazione dell’universo tutto per la sua forma a spirale.

Risanando così, tra riflessioni sociali e immagini simboliche, la profonda frattura fra uomini e bestie del mondo attuale, Vinicio Capossela si fa portavoce di una nuova commistione di generi e percezioni, fornendo una lettura della nostra quotidianità, troppo spesso vissuta con miserabile individualismo. Un’analisi, lucida e spietata, rappresentata dagli arpeggi lenti e cadenzati de “Il povero Cristo”, singolo di lancio del disco e riassunto di un’umanità incapace di stringere legami e indifferente verso i più deboli. Il Cristo di questa ballata all’egoismo dilagante del creato preferisce fare ritorno sulla sua croce, rinunciando così alla realizzazione della buona novella.

Eppure, nonostante le vicende di “Ballate Per Uomini e Bestie” si offrono con un gran ballo di maschere grottesche, dolenti, ciniche e folli, sono parte di un primordiale e vitale impulso mistico di benevolenza, anche se ormai abbandonato all’oblio da secoli di progresso involutivo. In fondo, tutte le storie sono d’amore, pure quella sanguinosa e distruttiva dell’umanità.

TRACKLIST

01. Uro - (05:05)
02. Il povero Cristo - (04:49)
03. La peste - (04:26)
04. Danza macabra - (04:32)
05. Il testamento del porco - (05:57)
06. Ballata del carcere di Reading - (06:26)
07. Nuove tentazioni di Sant'Antonio - (05:06)
08. La belle dame sans merci - (05:28)
09. Perfetta letizia - (05:45)
10. I musicanti di Brema - (04:28)
11. Le loup garou - (06:48)
12. La giraffa di Imola - (05:38)
13. Di città in città (... e porta l'orso) - (05:38)
14. La lumaca - (05:53)