Recensioni / 16 mag 2019

National - I AM EASY TO FIND - la recensione

In “I am easy to find”, i National diventano un collettivo: la recensione

Con l’aiuto di un regista, tante voci femminili, le orchestrazioni di Bryce Dessner e il Brooklyn Youth Choir, i National reinventano sé stessi. Per cantare di identità e distanza.

Voto Rockol: 4.0/5
Recensione di Claudio Todesco
I AM EASY TO FIND
4AD (Digital Media)

La solitudine e la paura, la sensazione di non appartenere a un luogo, a un rapporto, a un tempo della vita. Disconnessione, distanza, sconforto, alienazione. “Sono il masso con cui appesantiscono gli angeli”, dice il protagonista di una canzone in preda all’autocommiserazione. E tutte queste cose sono raccontate da musiche cupe e stratificate, rette da pulsazioni costanti e intrecci fra strumenti elettrici, acustici ed elettronici nelle cui fessure – ecco una delle novità – s’inseriscono magnifici arrangiamenti per archi e le voci del Brooklyn Youth Choir.

Si consuma una battaglia gentile nell’ottavo album dei National “I am easy to find”. Si ha l’impressione che le melodie intonate da Matt Berninger e dalle tante ospiti, le cui voci trasmettono una sensazione di calda intimità, combattano con le correnti oscure della musica che s’agita implacabile di sotto. Le mie paure sono intatte, cantano due amanti, ma il tono delle voci e l’arrangiamento degli archi esorcizzano le loro parole. “I am easy to find” è un disco amaro riscattato dalla bellezza.

“I am easy to find” è anche un’altra cosa: è un caso raro di disco co-prodotto da un regista. Non in modo tradizionale, giacché Mike Mills di musica, parole sue, non sa un bel niente. Ma a quanto pare il regista di “Le donne della mia vita” e di un discreto numero di videoclip è intervenuto nel processo creativo attraverso un flusso continuo di consigli, feedback, invasioni di campo. Il risultato non è solo il bel cortometraggio con Alicia Vikander che accompagna l’album e che è nato parallelamente ad esso. È un disco che, un po’ come il film, mette in fila episodi, pensieri, frammenti di vita che rendono le persone quel che sono. “I am easy to find” è un progetto sull’identità. Con una differenza fra film e disco: quest’ultimo è spesso incentrato sulle relazioni di coppia, eco forse dei temi del precedente album “Sleep well beast” dalle cui session provengono alcune canzoni. La riflessione sull’identità diventa una riflessione sulla distanza che ci separa dagli altri.

È stato il film di Mills, che mette al centro i pensieri e il corpo immutabile di Vikander, a suggerire a Berninger di scrivere dal punto di vista di vari personaggi e di arricchire l’album con un bel cast di voci femminili. Non sono coriste, ma co-protagoniste delle canzoni e agenti del cambiamento d’identità della band unitamente all’apporto di Mills, agli arrangiamenti “colti” di Bryce Dessner, agli ospiti fra cui, di nuovo, la moglie del cantante Carin Besser, co-autrice dei testi. I National sono sempre meno un club chiuso e sempre più un collettivo aperto a idee e suggestioni provenienti dall’esterno.

E così “You had your soul with you” abbina l’ipercinesia della ritmica e il timbro di Gail Ann Dorsey, voce ricorrente nell’album. In “I am easy to find”, interpretata all’unisono da Berninger e Kate Stables (This Is The Kit), si crea un bel contrasto fra la pulsazione quasi meccanica della musica e il canto delicato e intimo della coppia. Il contrasto diventa sublimazione in “Where is her head”, costruita sulla sovrapposizione dei soliloqui di Eve Owen e Berninger.

Le altre voci femminili presenti nel disco – che finiscono per attenuare la preponderanza del baritono di Berninger rendendo il lavoro più vario – sono quelle di Lisa Hannigan, Sharon Van Etten e Mina Tindle. Quest’ultima è la moglie di Bryce Dessner, autore di un gran bel lavoro d’orchestrazione, non appariscente però importante. Viene voglia di ascoltare un album dei National con altri momenti come il finale di “Quiet light”, dove gli archi squillano come sirene d’allarme o le apparizioni quasi sovrannaturali del coro in “Her father in then pool” e “Underwater”.

Il linguaggio del film di Mike Mills, che racconta l’arco di una vita attraverso 160 brevi scene, è richiamato dai ricordi sensoriali evocati dal Brooklyn Youth Choir in “Dust swirls in strange light” e da “Not in Kansas”, un flusso di coscienza in cui Berninger elenca momenti della sua esistenza, mentre Dorsey, Hannigan e Stables interpretano, in uno dei momenti più emozionanti di questi 68 minuti, alcuni passi di “Noble Experiment” dei Thinking Fellers Union Local 282. Sul finale il disco si apre, si respira di più, le melodie s’addolciscono, le canzoni diventano più immediate e si arriva infine alla cellula pianistica di “Light years” che chiude l’album con la solita, straziante sensazione di distanza e lasciando aperta la possibilità di una catarsi che nella musica dei National è spesso evocata, ma mai raggiunta.

“I am easy to find” non è un disco facile, non è immediato, da un certo punto di vista è poco rock. Va ascoltato in cuffia, per godere del sottile equilibrio di dinamiche, intrecci sonori, arrangiamenti. Per comprendere che ansie e paure saranno pure invincibili, ma la musica le può rappresentare e placare, fosse anche solo per 68 minuti.

TRACKLIST
You Had Your Soul With You
Quiet Light
Roman Holiday
Oblivions
The Pull Of You
Hey Rosey
I Am Easy To Find
Her Father In The Pool
Where Is Her Head
Not In Kansas
So Far So Fast
Dust Swirls In Strange Light
Hairpin Turns
Rylan
Underwater
Light Years

TRACKLIST

01. You Had Your Soul With You - (03:26)
02. Quiet Light - (04:15)
03. Roman Holiday - (03:34)
04. Oblivions - (04:13)
05. The Pull Of You - (03:58)
06. Hey Rosey - (04:14)
07. I Am Easy To Find - (04:30)
08. Her Father In The Pool - (01:02)
09. Where Is Her Head - (04:41)
10. Not In Kansas - (06:44)
11. So Far So Fast - (06:36)
12. Dust Swirls In Strange Light - (03:18)
13. Hairpin Turns - (04:27)
14. Rylan - (03:43)
15. Underwater - (01:21)
16. Light Years - (03:33)