«HELP US STRANGER - Raconteurs» la recensione di Rockol

Bentornati Raconteurs: ne avevamo bisogno...

Un disco rock sanguigno e vitale, nostalgico senza stucchevolezza o sapori di muffa. Bentornati Jack White & c.

Recensione del 21 giu 2019 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Chissà se è una coincidenza bizzarra, ma appropriata, oppure una mossa studiata un po’ come avrebbe fatto un Malcolm McLaren ancora in forma? Jack White, a pochi giorni dall’uscita di questo ritorno dei Raconteurs, si è scagliato contro la dipendenza da social e da device digitali, affermando di non possedere neppure uno smartphone… e, quasi a voler rafforzare il concetto utilizzando altri mezzi espressivi, il disco che ci troviamo in mano è una specie di trionfo dell’analogico, un baccanale di rock pulsante, blueseggiante e vivo, cortesia dell’interazione fra l’esuberanza zeppeliniana/detroitiana dei riff di White e la sensibilità più pop di Brendan Benson.

Eppure – e ti pareva che non ci fosse un “ma”, mannaggia a Mr. White – “Help Us Stranger” tutto è fuor che una ruffianissima operazione di nostalgia da discount. O meglio, la nostalgia c’è ed è evocata dai riferimenti sonori messi sul piatto, ma non comporta quell’emulazione/clonazione che in pochi attimi rischia di far capitombolare nel campo di gioco delle tribute band da ristopub.
Ciò che ne scaturisce è, infatti, una specie di classic rock da manuale, ma costruito senza leggere attentamente il libretto d’istruzioni. E per questo ancora più fascinoso.

Per parafrasare Stewart Home nel suo saggio sul punk “Marci, sporchi e imbecilli”, si tratta di Nostalgia, contrapposta alla nostalgia. E per continuare (poi la pianto) con le metafore, questa nostalgia è l’equivalente del famoso “colesterolo buono” che troviamo quando facciamo gli esami del sangue.

Allora che nostalgia buona sia, questa volta – anche perché la band, come punti di riferimento, ha sonorità, mood e muse ispiratrici che anche in campo di revival Sixties/Seventies sono decisamente poco gettonati. Per dire: c’è una cover di Donovan (e no, non è la solita “Season Of The Witch”, ma “Hey Gip (Dig The Slowness)”). Poi c’è il proto-punk in salsa detroitiana di “Live A Lie” e quella perla dolente di “Thoughts And Prayers” evoca lontane eco dei Blind Faith – da molti relegati in fondo al cassetto dei ricordi con l’etichetta di “quelli della copertina-scandalo con la bambina e l’aereo”.

Questo è un disco di rock old school, che probabilmente accenderà gli entusiasmi di chi ancora non si è rassegnato alla possibilità di un ritorno dei White Stripes (meglio non sognare troppo, gente…). Un lavoro semplice, diretto e solido, soprattutto dopo la prova spiazzante dell’ultimo album da solista di White, che della sperimentazione, della contaminazione e dello straniamento aveva fatto una bandiera.

Grazie Jack. E rock on.

TRACKLIST

01. Bored and Razed (03:35)
02. Help Me Stranger (03:36)
03. Only Child (03:41)
04. Don't Bother Me (02:53)
05. Shine The Light On Me (03:27)
06. Somedays (I Don't Feel Like Trying) (04:06)
07. Hey Gyp (Dig The Slowness) (02:25)
08. Sunday Driver (03:38)
09. Now That You're Gone (04:00)
10. Live A Lie (02:20)
11. What's Yours Is Mine (02:49)
12. Thoughts And Prayers (04:42)
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