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Recensioni / 21 mar 2018

Jack White - BOARDING HOUSE REACH - la recensione

“Boarding house reach”, la rivoluzione di Jack White

Abbandonate l’idea che Jack White sia un retromaniaco interessato solo al blues prebellico e al rock anni ’60. “Boarding house reach”, in uscita venerdì 23 marzo, è un disco eccentrico e audace, che fa a meno persino di canzoni tradizionali.

Voto Rockol: 4.5/5
Recensione di Claudio Todesco
BOARDING HOUSE REACH
XL (CD)

È un ammasso di timbri imbizzarriti e svolte capricciose e poesia enigmatica e allucinazioni sonore. Com’è, allora, che questo guazzabuglio elettrico di rock, hip-hop, jazz, gospel e country appare ordinato, coerente e solido? Com’è che Jack White, al terzo album solista, riesce a creare nuove forme e trasformare il caos in bellezza? Viene in mente la canzone di “Boarding house reach” in cui il musicista americano affronta il tema della creatività e di come essa si generi dagli spazi di libertà che ci concediamo. S’intitola “Ice station zebra”, come il film del 1968 con Rock Hudson. È una specie di proclama, un monologo che inizia con un “Ascolta, ché non è facile”. Va avanti spiegando che siamo sorveglianti delle nostre prigioni. Mentre la musica passa da frasi jazzate a tocchi funk a un riff di due note, Jack White arriva al dunque. Un pittore di talento non copia Caravaggio, un chitarrista genialoide non copia Jimmy Page. Aggiungono tessere a un enorme puzzle divino.

È ponendosi dei limiti che Jack White va cercando questo tipo di libertà e d’ispirazione. Per uscire dalla gabbia in cui un artista tende a chiudere sé stesso, abituandosi alla natura rassicurante del proprio talento, White si ficca volontariamente in situazioni scomode. Questa volta ha scelto di scrivere canzoni chiuso in una stanza con l’equipaggiamento base che usava quando ha iniziato a far musica oltre un quarto di secolo fa, per poi arrangiarle non con i musicisti più vicini a lui, ma con quelli più lontani. Analogamente a David Bowie, che in “Blackstar” ha messo il rock in mano ai jazzisti, Jack White ha chiesto a musicisti hip-hop e R&B di suonare le sue canzoni. Ha registrato per la prima volta a New York e Los Angeles e ha poi maneggiato la materia in un grande sforzo combinatorio, manipolando con Pro Tools le registrazioni effettuate in analogico. Ne è venuto fuori un disco formidabile e spiazzante, che distrugge una volte per tutte l’immagine di White neotradizionalista occupato a scegliere la chitarra dell’annata giusta. “Boarding house reach” è un disco radicale e importante perché indica una direzione possibile per una musica che ha perso la capacità di sorprendere e di raccontare il suo tempo. Dimostra come si può fare rock nel 2018 mettendo assieme suoni e pratiche della contemporaneità e l’eccitazione che nasce quando grandi musicisti suonano assieme in una stanza.

Una delle cose che Jack White fa in questo disco è fregarsene della forma canzone, la qual cosa lo renderà indigesto a molti. Ma davvero abbiamo bisogno, nel 2018, di una sequenza ben ordinata di strofe, ritornelli e bridge per goderci la musica? Di questi tredici pezzi, solo cinque sono strutturati in modo tradizionale. Gli altri sono frammentati, a volte recitati, scomposti e ricomposti in modo libero e fantasioso. Sono musiche in libertà e servono allo scopo di evocare emozioni estreme. Le bizzarrie che in altri album inframmezzano le canzoni suscitando tutt’al più curiosità, qui sono parte integrante della narrazione. E la cosa funziona perché White è uno di quei musicisti in grado di piazzare la nota giusta al momento giusto, facendo sembrare naturali anche i passaggi più azzardati. Il suo talento di musicista è il motivo per cui questo guazzabuglio è in definitiva solido. È perciò curioso che l’album si apra con uno dei pezzi più tradizionali nella struttura e nell’intenzione melodica. E del resto “Connected by love” è stato il primo brano scritto per “Boarding house reach” e ha un magnifico sapore soul-gospel rafforzato dai cori delle McCrary Sisters che donano a questa e ad altre canzoni un’aria da Dylan post conversione. “Connected by love” serve per creare una connessione emotiva con l’ascoltatore, che da quel momento in poi è gettato in un’enorme centrifuga sonora, roba che qua e là fa venire in mente i talenti di Zappa e Prince.

Ogni canzone è uno spiazzamento, ridefinisce i canoni della musica dell’artista americano, crea bellezza in modo inusuale. Le strutture alterate delle canzoni nascondono svolte, ribaltoni armonici e ritmici, cambi di scenario improvvisi. Scansioni ritmiche prese dall’hip-hop vengono suonate da strumenti veri, i cui timbri sono però alterati fino a sembrare irreali. Gli strumenti digitali suonano come chitarre e viceversa. Momenti di grande dolcezza si alternano a riff brutali, beat elettronici si fondono a timbri digitalizzati e viscerali. In “Why walk a dog?” White cava dalla chitarra suoni gracchianti e intensi, mentre basso e sintetizzatori dipingono uno scenario cupo. Il riff di “Corporation” si mischia a parti di basso funk, all’accompagnamento delle congas, a Moog, a campionamenti di Bösendorfer. È un continuo ribaltamento di prospettiva in uno strumentale che solo dopo tre minuti si trasforma in un pezzo cantato. “Who’s with me?”, canta il protagonista della canzone che vuole fondare la sua corporation partendo dal basso e davvero non si sa se ridere di lui o unirsi alla sua scalata capitalista.

I timbri sono formidabili, anche quelli digitali hanno una presenza “materica”. L’idea di camuffare i suoni s’estende anche alla voce. Il canto di Jack White è spesso filtrato, trattato, plasmato e contemporaneamente ripulito dagli accenti più sgraziati presenti nei primi due album “Blunderbuss” e “Lazaretto”. A volte recita e a volte rappa, o qualcosa del genere. E così il timbro robotizzato di “Everything you ever learned” sfiora l’assurdo, “Abulia and akrasia” è uno spoken word di C.W. Stoneking, “Ezmeralda steals the show” un fiaba moderna, poetica e mistica narrata dalla voce sdoppiata di White. In “Hypermisophoniac” il musicista usa il sintetizzatore Critter & Guitari per cavare suoni impossibili in una canzone dedicata alla misofonia, con un pianoforte distribuisce note jazz e un coro caricaturale sul rapinare banche. Chi ama il rocker di un tempo troverà l’impressionante riff elettrico di “Over and over and over” che risale effettivamente ai tempi dei White Stripes e i suoni carichi di “Respect commander”, ma in pochi episodi la narrazione musicale è lineare e non c’è canzone in cui non ci si chieda: che diavolo sto ascoltando?

In fondo a questi tre quarti d’ora di musica fuori dall’ordinario, che conferma Jack White grande eccentrico americano e ricercatore mai pago, ci sono ancora bellezza e dolore, ci sono canzoni in cui bene e male si confrontano, finendo per compenetrarsi. Prima c’è “Get in the mind shaft”, dove White racconta il primo accordo tirato fuori da un pianoforte su una base di archi sintetizzati. Poi arriva “What’s done is done”, una ballata country per chitarre, Hammond, piano, sintetizzatore e beat elettronico in cui White si cala nel personaggio dell’uomo in cerca di una qualche forma di risoluzione, forse una resa violenta alla fine di una storia d’amore. Esther Rose gli fa i cori, è l’amante in pericolo e sta a Jack come Emmylou Harris stava a Gram Parsons. Seguirà un omicidio o un suicidio? C’è un dramma in corso di cui sappiamo poco, se non che l’uomo vive negli Stati Uniti e perciò può andare tranquillamente giù a Downtown a comprare un’arma. “O te ne vai tu o me ne vado io”, sussurra il protagonista mentre la canzone si spegne. “Non io”, risponde dolcemente la ragazza, sdrammatizzando la canzone.

“Humoresque” arriva dopo una quarantina di minuti e si basa sulla settima parte dell’omonimo ciclo pianistico di Antonín Dvořák, con un testo aggiunto da Howard Johnson all’epoca di Tin Pan Alley, quando la musica veniva venduta sotto forma di spartito. Al Capone amava la canzone e la trascrisse su un foglio mentre si trovava in prigione ad Alcatraz, che è poi il motivo per cui il pezzo gli è stato erroneamente attribuito. Affascinato dal contrasto fra il profilo del gangster e la delicatezza cosmica del brano, Jack White usa “Humoresque” per chiudere l’album. Un pianoforte, una chitarra acustica, una batteria, non serve nient’altro per far trattenere il fiato a chi ascolta. C’è tutto: l’eccentricità e il tentativo di catturare in musica e parole l’afflato divino. È il finale perfetto per un disco complesso, avventuroso e audace. Un lavoro a tratti cupo, ma in definitiva vitale, drammaticamente intenso, persino spirituale. Voglio dire, non è che Jack White sta cercando di copiare Dvořák o Al Capone. Sta cercando di copiare Dio.

TRACKLIST

01. Connected by Love - (04:37)
02. Why Walk a Dog? - (02:29)
03. Corporation - (05:39)
04. Abulia and Akrasia - (01:28)
05. Hypermisophoniac - (03:34)
06. Ice Station Zebra - (03:59)
07. Over and Over and Over - (03:36)
08. Everything You've Ever Learned - (02:13)
09. Respect Commander - (04:33)
10. Ezmerelda Steals the Show - (01:42)
11. Get in the Mind Shaft - (04:13)
12. What's Done is Done - (02:54)
13. Humoresque - (03:10)