«SUMMER OF SORCERY - Little Steven» la recensione di Rockol

“Summer of sorcery”, Little Steven riaccende la magia

Steven Van Zandt evoca gli anni in cui musica bianca e nera entravano felicemente in contatto

Recensione del 09 mag 2019 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Su una base rhythm & blues a metà strada fra Memphis e Asbury Park, il cantante racconta di viaggi immaginari fra Siberia e Gran Canyon per dimenticare una delusione sentimentale. E quando pensi di poter riprendere fiato, un sassofono entra prepotentemente nel mix, spazzando via gli altri strumenti. Non sono Bruce Springsteen e Clarence Clemons. È Little Steven, che negli anni ’70 ha contribuito a creare questo stile all’intersezione fra rock e soul ad esempio scrivendo e producendo i primi lavori di Southside Johnny. “Summer of sorcery” è l’album in cui il chitarrista riporta tutto a casa, restando fedele alla visione del precedente “Soulfire”. È il nuovo, vecchio Little Steven: un musicista che vuole ristabilire la propria identità rifacendosi al meglio della sua carriera.

“Summer of sorcery” è festoso e movimentato. Little Steven non è un cantante particolarmente dotato o con grandi doti espressive, ma si rifà con la musica. È accompagnato dai Disciples of Soul, che fin dal nome rivelano la loro natura: una banda di discepoli che si rifà agli anni d’oro in cui musica bianca e nera entravano felicemente in contatto. È una gran festa di fiati e cori, senza alcuna pretesta di originalità, con una vitalità contagiosa.

“Sorcery” significa magia, stregoneria. L’estate della magia è il momento in cui, negli anni ’60, Little Steven scoprì il potere della musica. “Summer of sorcery” è pensato proprio per essere un viaggio negli stili del passato che più hanno influenzato il chitarrista. Ecco perché suona anche come un piccolo compendio stilistico della sua storia musicale. Si va dal funk di “Vortex”, con tanto di sirene della polizia modello Blaxploitation, ai ritmi latini di “Party mambo!”, dal blues di Chicago ricalcato in “I visit the blues” al vecchio soul di “Soul power twist” che porta Sam Cooke sulla E Street. Tutto molto divertente e un po’ didascalico. Il rischio è ascoltare e magari apprezzare l’album perché ricorda qualcosa d’altro. E così, “Summer of sorcery” (la canzone) piace anche perché ricorda il primo Springsteen e un certo suo modo di cantare che a sua volta ricordava Van Morrison.

Nei testi, si registra un passaggio da storie autobiografiche a vicende inventate. C’è spazio per vere e proprie fantasie giovanili, come nella title track, e per alcuni temi politici. Anche questo aspetto rimanda a un’epoca passata, quando negli anni ’80 Little Steven era uno dei grandi musicisti-attivisti. Non a caso, qui recupera un suo pezzo del 1989 intitolato “Education”, con tutt’altra strumentazione. Se in quel periodo criticava l’imperialismo americano e illustrava le conseguenze delle grandi scelte politico-economiche sulla vita delle persone, oggi diffonde messaggi di speranza con un entusiasmo giovanile che nel cinico e incasinato 2019 può suonare sia confortante, sia naïf. “Armonia, unità, comunione”, canta.

Little Steven non è un musicista ricco d’immaginazione, non ha la penna dell’amico Springsteen, ha limiti che lo costringono entro un perimetro di stili ampiamente noti, eppure “Summer of sorcery” offre un’ora di intrattenimento e più di un motivo per rimpiangere una o più epoche entusiasmanti per la musica che amiamo. E con il precedente “Soulfire” ci restituisce un Little Steven finalmente musicista e non più dj, attore o comparsa sul palco di Bruce Springsteen. Tornerà in Italia, il 13 giugno all'Alcatraz, e con queste premesse sarà un concerto da non perdere.

TRACKLIST

01. Communion (06:01)
02. Party Mambo! (04:33)
03. Love Again (04:35)
04. Vortex (04:46)
05. A World Of Our Own (04:36)
06. Gravity (05:26)
07. Soul Power Twist (04:38)
08. Superfly Terraplane (04:32)
09. Education (04:51)
10. Suddenly You (03:05)
11. I Visit The Blues (04:38)
12. Summer Of Sorcery (08:09)
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