«MOJITO FOOTBALL CLUB - Bandabardò» la recensione di Rockol

Bandabardò - MOJITO FOOTBALL CLUB - la recensione

Recensione del 22 mar 2000

La recensione

Chi li ha visti dal vivo sa che il nome Bandabardò è garanzia di una musica ibrida, frutto di mescolanze tra i tanti ritmi del Mediterraneo - nelle loro canzoni c'è la Francia, ma anche l'Italia, la Spagna - all'insegna di melodie facili e popolari, nel senso più vero e bello del termine, e cioè melodie che fanno ballare come se si fosse in una festa di paese, melodie che si appiccicano in testa e fanno venire voglia di prendere in mano una chitarra e suonare con gli amici. Melodie che portano con loro ricordi di luoghi, di culture, di storie evocate dai personaggi che popolano il mondo sonoro della Banda. E' questo lo spirito vero dei dischi della Bandabardò, che nascono per essere suonati dal vivo, completati dall'agitarsi delle gambe e delle braccia di chi ascolta e che viene puntualmente contagiato - e in un certo senso liberato - dalle chitarre indiavolate e dalle atmosfere un po' gitane della Banda. Rispetto ai precedenti, "Mojito footbal club" è un album che, pur conservando i tratti di fondo della filosofia musicale bardozziana, suona meno live e più da studio. Nel senso che i brani sono meno concitati e sono capaci di farsi a tratti anche riflessivi: sono più semplici pur conservando uno spirito corale. Se "Il circo mangione" o "Iniziali BB" erano nati dopo un lungo rodaggio dal vivo, si sente che "Mojito football club" ha invece una genesi al chiuso, nel lavoro congiunto della Banda con il produttore Gianni Maroccolo (e la traccia fantasma dell' album offre un assaggio di prove di registrazione). I brani dell'album hanno dunque delle identità sonore ben definite, sono cioè pensati come vere e proprie canzoni, che la Banda interpreta regalando ad ognuno un'atmosfera particolare. "Mojito footbal club" è, se vogliamo, un album più "semplice" rispetto ai precedenti, in cui più di frequente si sente uno strumento solista a condurre il gioco sonoro. Ne sia un esempio il brano che dà il titolo all'album, in cui le chitarre accompagnano discrete il racconto di una serata calda in riva al lago, di una partita di pallone "tra noi bevitori di mojito e i fumatori di marijuana", per esplodere poi in una sorta di coro da stadio. Il mondo di cui parlano le canzoni della Banda è come al solito vario: c'è il ritornello-tormentone della "Povera Consuelo", innamorata di un uomo sconfitto, le scale orientaleggianti e le atmosfere circensi di "Pedro" il cane abbandonato, la fantascienza bardozziana di "Pianeta terra" - brano introdotto dal motivo del telefilm "Spazio 1999" - in cui gli umani vengono dichiarati specie protetta ma anche i ritmi gitani di "Finaz drom #1", in cui Finaz mette in luce tutto il suo virtuosismo alla chitarra. E c'è poi la trovata di "Vento in faccia", tra i pezzi migliori dell'album, che viene presentato in due versioni, per parlare di come può essere vissuto il mattino: con la rabbia della versione #1 o al contrario la melanconia del #2 che, tra l'altro, si apre con un "It's a long long night" imprestato direttamente alla Banda da Manu Chao. Ed è in fondo la lezione di "Clandestino" che la Badabardò sembra aver scelto come cammino su cui proseguire la propria avventura musicale, all'insegna di una semplicità capace proprio per questo di arrivare dritta al cuore e alla testa della gente.
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