«LIVID - Blondie» la recensione di Rockol

Blondie - LIVID - la recensione

Recensione del 05 mar 2000

La recensione

Da quando i dischi durano 74 minuti invece che 40, nel rock si è un po’ persa quell’attitudine a dare tutto dal primo minuto, che il prof. Sting segnalava come principale differenza rispetto al jazz (dove si trova il “feeling” dopo mezz’ora). Ma Debbie e soci vengono da un’altra epoca. Come appariva evidente nel disco della resurrezione, “No exit”, questa è una band che è stata ibernata per vent’anni, preservando l’identità e l’anima da mutazioni artistiche di qualsiasi tipo.
Così nel primo minuto del primo “live” di Blondie, il quadro appare abbastanza chiaro. Si comincia, e i fans non potrebbero chiedere di più, con “Dreaming”. Per far capire che il batterista Clem Burke è in una forma straordinaria, e lancia un romantico guanto di sfida a tutti quelli che nel 2000 ritengono che un ritmo vitale possa provenire da una macchinetta programmata. Pochi secondi dopo, Jimmy Destri entra con una tastiera dal timbro esageratamente obsoleto, roba che nemmeno il moog del Guardiano del Faro se le ricorda più. E dopo qualche secondo ancora, arriva la voce della bionda. Carica del peso degli anni: la gattina di ieri è oggi una stanca gatta di 55 anni: l’estensione vocale è palesemente diminuita, e l’interpretazione assume un velo di cinismo che ricorda Marianne Faithfull. Ma se questa è la fotografia, nitida, di Blondie 2000, è fuor di dubbio che non ci eravamo sbagliati nel giudicare “No exit” come un ritorno a se stessi di impensabile determinazione. Con la scusa della “maturazione personale ed artistica”, nessuna band “sopravvissuta” è stata in grado quanto la Harry e soci di tornare per dare ai fans esattamente ciò che vogliono, ovvero l’essenza di un gruppo rock nel suo momento migliore. Viene quasi da pensare che allora anche i Rolling Stones e tutti gli altri potrebbero, volendo, splendere della stessa luce che li illuminava decenni or sono e che ora brilla lontana e tremula: se ci riescono questi antichi eroi del CBGB, perché gli altri si sono così allontanati da ciò che li ha resi unici? In “Livid”, le canzoni scritte in un’altra era si fondono perfettamente con quelle scritte nel 1999 in modo stupefacente. Se si riesce - per amore - a superare qualche momento di imbarazzo per la voce di Debbie, non si può non rimanere ammirati di fronte a un gruppo che, oltretutto, ha scelto di non ritoccare i master ma di offrire una registrazione fedele di quanto è capace di fare (e di non fare) sul palco. Anche questo rientra in un concetto antico di “live” come prova sincera di ciò che si è, alla faccia del 90% dei dischi dal vivo, per il 90% suonati in studio e ritoccati da bravi produttori che sanno come il fascino dei suoni sporchi sia finito con l’epoca del punk.
Forse proprio per questo, i momenti migliori di “Livid” non sono gli impossibili confronti con quei monumenti all’equilibrio tra new wave, pop e disco che furono “Heart of glass” o “Atomic”, ma i brani che anche la cantante affronta con maggiore relax (“Rip her to shreds”, “The tide is high”, “Hanging on the telephone”, “Rapture”) e quelli più grintosi. Ed è notevole la scelta di sposare la causa del rock per gli arrangiamenti di parecchi brani, non solo la nuova “Maria”, ma addirittura “Call me”. Buffa nemesi per un gruppo che, accusato di fighetteria negli ultimi giorni del punk, ora è capace di ringhiare più di tante sedicenti rockband attuali.
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