«DIRTY COMPUTER - Janelle Monae» la recensione di Rockol

Janelle Monàe sempre brava e fredda, con il fantasma di Prince.

Torna dopo 5 anni di silenzio musicale (ma non cinematografico) la ragazza di Kansas City. Dirty Computer è ancora una volta un concept disc che parla di libertà sessuale e caratterizzato dalla forte influenza di Prince.

Recensione del 30 apr 2018 a cura di Michele Boroni

La recensione

E' tornata Janelle Monàe, quella brava, quella che sa cantare, suonare, muoversi sul palco, scrivere e mescolare i generi, recitare (nel 2016 attrice per il Premio Oscar “Moonlight” e protagonista in “Il diritto di contare”), amica dei musicisti giusti e ora anche paladina dei diritti dei neri e pansessuali, come ha recentemente dichiarato in un'intervista per il lancio di questo “Dirty Computer”. Così brava, così perfetta, così fredda. 
Anche questo disco – il terzo, se si esclude l'EP d'esordio ispirato a “Metropolis” di Fritz Lang – è come i precedenti un concept album dove Janelle interpreta la solita figura mezza donna e mezza cyborg, questa volta accompagnato da un “cortometraggio emozionale” in cui l'eroina lotta contro una società totalitaria del futuro i cui i cittadini vengono chiamati “computers”. 

“Dirty Computer” si apre nel migliore dei modi, con il brano eponimo arricchito dai cori e dalle armonizzazioni di Brian Wilson e che ha come difetto il fatto di durare troppo poco. Il resto del disco invece si muove più nei territori di un r'n'b urban, molto influenzato dal pop sintetico e dall'hip-hop, senza mai però aderirne completamente, lasciando ciascun brano una volta concluso come si fa con i vestiti buoni per le grandi occasioni. “Pynk” cantato insieme a Grimes è un altro pezzo notevole, caratterizzato da una buona dinamica tra minimalismo e chitarre in primo piano, è un tributo alla forma e alla sessualità femminile. C'è anche spazio per il reggaeton leggero con Pharrell (“I got the Juice), la ballatona tutta archi e sexy romanticismo (“Do not judge me”), per l'ottimo e feroce rap kanyesco della Monàe in “Django Jane” e la chiacchierata rassicurante con Stevie Wonder. Ma in tutto il disco aleggia la presenza di Prince: il titolo è stato visto da molti come una contrazione di due sue canzoni  (“Dirty Mind”, “Computer Blue”), la copertina poi si rifà a uno delle “maschere velate” usate da Roger Nelson e nel singolo “Make Me Feel” synth e chitarre sono suonati da lui (se amate il djing provate a sovrapporla a “Kiss”). Ma ogni traccia ha un rimando al principe di Minneapolis, dal fretting chitarristico di “Jane's Dream” ai cambi di accordo di “So Afraid”, fino ai testi che mescolano sessualità e spiritualità. In questo Janelle è bravissima e rispettosa, e forse è l'unica donna oggi nel panorama musicale a poter fare una cosa del genere senza risultare fuori luogo.
Rispetto al precedente “The Electric Lady” per fortuna non ci sono più quelle parti stravaganti con le suite strumentali e cinematografiche, inoltre la Monàe si nasconde meno dietro personaggi robotici e parla più di sé stessa, del suo intimo, di liberazione sessuale e della situazione politica; tuttavia le canzoni risultano sempre dei compitini pensati a tavolino e ben fatti, per un disco che non è né profondamente pop né un disco “alto” che si muove tra generi e stili diversi. 
“Dirty Computer” è decisamente il miglior disco di Janelle Monae, ma tutta questa perfezione va a discapito dell'empatia nei confronti dell'ascoltatore.

TRACKLIST

01. Dirty Computer (feat. Brian Wilson) (01:59)
02. Crazy, Classic, Life (04:46)
03. Take A Byte (04:07)
04. Jane's Dream (00:18)
05. Screwed (feat. Zoë Kravitz) (05:02)
06. Django Jane (03:10)
07. Pynk (feat. Grimes) (04:00)
08. Make Me Feel (03:14)
09. I Got The Juice (feat. Pharrell Williams) (03:46)
10. I Like That (03:20)
11. Don't Judge Me (06:00)
12. Stevie's Dream (00:46)
13. So Afraid (04:03)
14. Americans (04:06)
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