«STIFF UPPER LIP - AC/DC» la recensione di Rockol

AC/DC - STIFF UPPER LIP - la recensione

Recensione del 02 mar 2000

La recensione

Il suono degli AC/DC oramai è un marchio di fabbrica e nulla sarebbe più come prima se improvvisamente gli australiani decidessero di cambiare stile: semplicemente non sarebbero più gli AC/DC! A cinque anni di distanza dall'ultimo lavoro in studio, Angus&soci ritornano con il diciassettesimo album riservando ai più attenti ascoltatori del gruppo una sorpresa: il ritorno del "fratellone" George Young dietro al banco di regia. Eh, si, perché il buon George aveva già fatto la sua parte ai tempi, producendo una serie di dischi memorabili (forse i migliori dell'intera discografia). Il precedente disco del '95, "Ballbreaker", conteneva poche canzoni di spicco e la produzione di Rick Rubin poco servì a nascondere tutta quella stanchezza accumulata dal gruppo nel corso degli anni e durante gli incessanti tours. Forse necessitava proprio una lunga pausa di riflessione per riprendere vigore e ritrovare di nuovo lo spirito giusto per macinare delle sane note di rock 'n roll. "Stiff upper lip" è la riprova che gli AC/DC sono ancora svegli e presenti, ma l'osare il paragone con i primi lavori accompagnati dalla regia di George Young e dalla voce dal povero Bon Scott sarebbe ancora a dir poco azzardato (e ci mancherebbe altro). Fatto sta che siamo comunque al cospetto di una buona raccolta di pezzi rock e blues in primis. Il titolo è quasi un gioco di parole, un avvertimento che gli AC/DC vogliono fare ai fans, assicurandoli della loro fermezza nel voler suonare costantemente del buon rock, ma potrebbe essere benissimo anche una sottile battuta sulla "smorfia" che ricorreva come di consueto sul ghigno satanico di Angus (ricordate la copertina di "Highway to hell"?). Prescindendo dalle possibili interpretazioni, i pezzi che fanno battere il classico "piedino" ci sono anche qui dentro. Impossibile non improvvisare un air-guitar con "Safe in New York city", "Can't stand still" (il cui riff iniziale ricorda da vicino la nota "Thunderstruck"), "Satellite blues" o l'incalzante traccia finale "Give it up". La voce di Brian è sempre più matura e graffiante, resa calda dall'età e dai vizi, riuscendo ad accompagnare egregiamente e con il consueto stile tutte le dodici composizioni dell'album. Se il vino migliora con l'invecchiamento allora gli AC/DC sono come una buona bottiglia di Barbera che con il passare del tempo mai acquisterà quel disgustoso sapore di aceto…d'altronde, parafrasando una canzone degli stessi, nessuno può fermare il rock 'n roll!
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