«MURMURE - Carlot-ta» la recensione di Rockol

Carlot-ta, pop con l’organo a canne

Si può fare pop anche suonando un organo a canne. Lo dimostra Carlot-ta nel terzo album “Murmure”, viaggio suggestivo fra scenari naturali e psicologici.

Recensione del 27 mar 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Emerson Lake & Palmer registrarono la loro versione di “Pictures at an exhibition” di Modest Mussorgsky alla City Hall di Newcastle perché il palco era sovrastato da un organo a canne che Keith Emerson voleva suonare nella prima “Promenade”. Nel disco dal vivo si può sentire il rullo di batteria che Carl Palmer prolunga per dare il tempo al tastierista di allontanarsi dall’organo, scendere alcuni gradini, sedersi all’Hammond e attaccare il brano successivo. L’organo a canne è l’unico strumento che ti obbliga a entrare nel suo spazio e a correre, se necessario. Lo sa bene l’italiana Carlot-ta, nome d’arte di Carlotta Sillano, che ha avuto l’idea matta e brillante di scrivere e incidere un intero disco di canzoni pop per organo a canne, percussioni, elettronica e pochi altri strumenti. Si chiama “Murmure” ed è un viaggio suggestivo dove l’organo viene utilizzato in modo dinamico, evocando e fondendo scenari naturali e psicologici.

Il murmure vescicolare è il mormorio che si percepisce con l’auscultazione del torace, causato dall’ingresso dell’aria negli alveoli polmonari. Anche un organo “respira” e perciò Carlot-ta ha scelto la parola come titolo dell’album (fuori in digitale, dal 13 aprile in CD) dove mette mani su un organo con intonazione mesotonica d’epoca barocca della Chiesa di San Silvestro a Chiaverano, in provincia di Torino, e sull’organo romantico della Chiesa di San Bernardino a Vercelli, gli ultimi strumenti che ci s’aspetta che una ragazza di 27 anni si metta a suonare. Lei dice che mettere le mani su una di quelle bestie equivale a “dare vita a un animale, enorme e grottesco. Ti fa sentire potente, e allo stesso tempo carico di un timore reverenziale”.

Sono le sensazioni che si provano ascoltando il primo pezzo “Virgin of the noise”, dal nome di una chiesa in Piemonte, che si apre con barriti cupi e accordi allarmati che accompagnano una drammatica richiesta di perdono. Carlot-ta sa come evocare un dramma, ma anche come alleggerire l’atmosfera e così “Sparrow”, scelta per lanciare l’album, abbina accordi penetranti nella strofa a un ritornello ultrapop. Non c’è spazio per la noia. Grazie al lavoro svolto con il produttore Paul Evans (Nico Muhly, Ben Frost, Valgeir Sigurðsson, Wildbirds & Peacedrums ) e all’idea di sfruttare vari registri, l’organo si fonde in modo ingegnoso a strumenti a percussione ed elettronici. Suona ora moderno, ora arcaico. E accompagna qua e là melodie giocose e disegni ritmici che allontanano queste canzoni dall’austerità di “Ceremony”, l’album di cinque anni fa in cui Anna von Hausswolff usò l’organo da chiesa come strumento guida.

Qui l’atmosfera è decisamente meno gotica e più favolistica. Ecco allora l’organo mimare una cornamusa e poi un sintetizzatore anni ’80, ecco nella parte di una fisarmonica per poi svanire nella meravigliosa “Glaciers”, sostituito dalla chitarra. È un modo per dare respiro all’ascoltatore che ritrova le atmosfere drammatiche dello strumento nel bel finale di “To the lighthouse”. A volte i tempi in tre invitano alla danza, come in “Conjuctions” dove appare una viola da gamba o in “Valse du conifere”, unica canzone cantata in francese e non inglese, che porta l’immaginario di Edith Piaf sulle Alpi.

Si canta di natura, tanta natura. E poi ossari, mari in tempesta, ricordi, amore e morte. S’immaginano viaggi interstellari e si dipinge la vita in un piccolo villaggio con tre chiese, tre cani, tre donne anziane. Carlot-ta getta uno sguardo candido sulle cose. Suggestionati forse dall’uso dell’organo a canne, a volte sembra che canti di natura come canterebbe di Dio. L’album si apre con la scena teatrale di una donna inginocchiata nel Santuario della Madonna del Rumore che promette d’essere pura come neve e finisce con l’immagine della protagonista sballottata dalle onde e in cerca di un approdo sicuro. Sembrerebbe un viaggio nella precarietà e invece nelle canzoni di “Murmure” la meraviglia per il mondo vince sull’inquietudine.

Carlot-ta è quello che il pop italiano dovrebbe essere e non è. È una musicista, cosa non scontata di questi tempi. Ha un buon istinto per le melodie e una fantasia accesa. Pubblica concept che rispondono a logiche che la rendono affine a colleghe anglofone. E così nel primo album “Make me a picture of the sun” musicava testi di Emily Dickinson, Charles Baudelaire, William Shakespeare e altri. Nel secondo “Songs of mountain stream”, prodotto da Rob Ellis, usava parti percussive ricavate da registrazioni sul campo effettuate sulle Alpi. “Murmure” è un ulteriore passo avanti nel cammino verso la consapevolezza di musicista sulla possibilità che gli strumenti offrono fuori dai canoni del pop. È un miscuglio di atmosfere gotiche e romantiche, picchi drammatici e squarci bucolici, dolcezza e mistero. Ha quel che manca a tanti, troppi di dischi di pop italiano: un’idea, un metodo, un suono. Un mondo, insomma.

 

TRACKLIST

01. Virgin of the Noise (03:08)
02. Sparrow (04:09)
03. Garden of Love (03:42)
04. Conjunctions (02:58)
05. Sputnik 5 (03:30)
06. Samba Macabre (03:54)
07. La valse du conifère (04:05)
08. Minstrel (04:30)
09. Churches (03:34)
10. Glaciers (03:05)
11. To the Lighthouse (03:32)
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