«THE DECONSTRUCTION - eels» la recensione di Rockol

Il fragile ottimismo di E. nel ritorno degli Eels

"The Deconstruction", la bellezza di un mondo che in ogni caso andrà comunque avanti. Con o senza di noi.

Recensione del 10 apr 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Sembra ci sia ancora tanta bellezza al mondo, a patto però di saperla trovare. Una sottile sfumatura di ottimismo inizia a farsi largo nella storia complicata di Mr. E., portando nell’ultimo lavoro degli Eels, “The Deconstruction”, un leggero sorriso tra le righe della sua scrittura introspettiva. Il cantautore si discosta così da quella spirale autocritica con cui ha sempre fatto i conti per misurarsi con un album riflessivo che mette l’accento sul sapore agrodolce degli umani affanni.

In questo ulteriore percorso di autoanalisi, la voglia dell’uomo dietro il gruppo, Mark Oliver Everett, di dare nuova forma ai suoi cocci personali si snoda attraverso semplici pennellate, in gran parte acustiche, arricchite da orchestrazioni e poche altre coloriture, che si ritrovano in tutto il programma, realizzato con i fedeli sodali Koool G Murder, P-Boo e l’ausilio della The Deconstruction Orchestra & Choir. L’essenza dell’opera è quella rivelata dalla title track, secondo il paradosso del distruggere per costruire, giocando con la tensione generata tra la voce roca del suo autore e l’uggia di archi e chitarre arpeggiate. “The Deconstuction” mette così in scena il complesso rapporto dell’artista con il suo difficile vissuto e un fatale bisogno di cambiamento. Musicalmente piuttosto compatto, è in realtà un disco più eclettico di quanto potrebbe apparire, oscillando apertamente tra umori differenti che passano dalla melodia spensierata a meste ballate arrangiate con theremin e clavicembali. Necessari tasselli di un mosaico emotivo incerto, l’atmosfera ambient di "The epiphany”, segue la vitalità di "Today is the day”, così come i brevi intermezzi strumentali di “The quandary”, “Coming back” e nel semplice bozzetto di “Archie goodnight” rendono tangibile quel senso di frammentazione evocato dalle liriche.

In una sorta di romantico nichilismo, il mondo descritto è quello di “Premonition”, un posto che può essere davvero mediocre, ma nel quale Everett è anche capace di sorridere, tranquillizzando gli animi con un classico e benevolente "andrà tutto bene”, prima di sfoderare tutta la micidiale disillusione di cui dispone affermando che “uccidiamo o veniamo uccisi, ma a prescindere, il sole comunque splenderà”. Non preoccupandosi più delle ansie per un destino incerto, il musicista preferisce sognare un futuro migliore scegliendo la via razionale dell’oblio, esponendo in “The Deconstuction” le sue fragili speranze nel ricercare qualcosa in grado di spostare l’attenzione dagli affanni di una vita.

Non si tratta di un approccio facile alle emozioni umane quello di E., e di fatto non potrebbe esserlo, eppure in tutta questa diffidenza riesce ancora a cantare della bellezza dei sentimenti, malgrado il peso dell'inevitabile catastrofe. Nella delicata ”Be hurt”, ammette che è giusto lasciarsi prendere dal dolore dopo aver commesso degli errori, secondo un sistema binario dove tutto è bianco o nero, angoscia o risate. Anche quando l’immaginario prende una piega più oscura, come nell'apocalisse-lite di "Sweet scorched earth", c'è comunque un lato positivo nell'idea di amore infinito, pure se tormentato. Allo stesso modo, nel rugginoso country di "Bone dry”, un disincantato “sha-la-la” convive con la funerea dichiarazione di non non avere più alcuna goccia di sangue in corpo, consumato dalle esperienze che hanno finito per prosciugarlo del tutto.

Preferendo al sound elettrico dei chiaroscuri dai toni pacati, secondo i riferimenti tracciati dal Beck meditativo di “Sea Change” e dalla poetica fuori squadra di Syd Barrett, il racconto è quello di un artista con una visione unica della realtà che lo circonda, senza paura di scoprire ancora una volta la sua apparente fragilità. Con “The Decostruction” ciò che traspare è la capacità di Mark Oliver Everett, detto Mr. E., di convergere l’attenzione sul suo problematico universo con disarmante orecchiabilità, sia quando mostra la forma dei fantasmi che ne affollano l’esistenza, sia quando prova a lasciarsi andare a una bizzarra benevolenza su questa valle di lacrime. Melodico e stralunato, ma non per questo meno indispensabile.

TRACKLIST

01. The Deconstruction (04:10)
02. Bone Dry (03:42)
03. The Quandary (00:54)
04. Premonition (03:12)
05. Rusty Pipes (04:04)
06. The Epiphany (02:18)
07. Today Is The Day (03:03)
08. Sweet Scorched Earth (03:02)
09. Coming Back (00:58)
10. Be Hurt (03:59)
11. You Are The Shining Light (03:39)
12. There I Said It (02:50)
13. Archie Goodnight (00:48)
14. The Unanswerable (02:08)
15. In Our Cathedral (03:19)
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