«VIOLENCE - Editors» la recensione di Rockol

Il nuovo album di Tom Smith e soci, tra pop, rock ed elettronica a tinte fosche

"Violence", tutto il bisogno di connessioni umane degli Editors

Recensione del 09 mar 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

È un’esistenza lunga e solitaria quella che Tom Smith canta in “Cold”, in apertura del sesto album in studio dei suoi Editors. Un allarme che il cantante inglese lancia per carenza di calore umano, merce evidentemente rara in questi tempi cupi. Si apre così “Violence”, con una ammissione di colpa su quanto sia facile essere incostanti nei rapporti personali al giorno d’oggi, mettendo bene in chiaro il nuovo corso intrapreso dal gruppo.

L'album, anticipato dai singoli "Magazine" e "Hallelujah (So low)", arriva dopo la bruma di “In Dreams” con nove brani - undici nell'edizione deluxe - che gli Editors hanno registrato tra un tour e l’altro negli ultimi due anni, affiancati in studio dal beatmaker Blanck Mass. Successivamente, il lavoro è stato supervisionato dal produttore Leo Abrahams - già al fianco di Florence Welch, Belle & Sebastian, Regina Spektor, nonché collaboratore di Brian Eno - che, come raccontato dallo stesso Smith, ha dato un aiuto importante a mettere ordine tra l’attitudine rock e la componente elettronica del gruppo.

In “Violence “ il quintetto ha provato infatti a dare un equilibro tra le sue differenti identità, con una decisa virata verso suoni meno spigolosi, trovando la quadratura in una dimensione in apparenza più placida. Le tracce dell’album, pur mantenendo il fascino nero degli Editors, sono al tempo stesso alcune tra le più rassicuranti mai realizzate dalla band, che ha preferito dare la propria aura oscura a una miscela di analogico e digitale, dove la pratica rigidità dei sintetizzatori è smorzata dall’incontro con ritornelli trascinanti e adrenaliniche scosse ritmiche, in un continuo gioco di ombre e luci.

Ne è un esempio la stessa title track, con i suoi beat minimali e una linea melodica dal gusto pop che mette in primo piano la voce intensa di Tom Smith alle prese con un certo pessimismo cosmico - “Baby we’re nothing but violence/ desperate, so desperate and fearless” - prima di perdersi in una coda di claustrofobica dance senza freno. L’album si compone così di dinamiche potenti che, se da un lato potrebbero apparire “pericolosamente” vicine alla deriva degli ultimi Coldplay, dall’altro strizzano volentieri l’occhio alle fantasie barocche dei Muse, lasciando nel mezzo la sintesi feroce e avvincente di "Hallelujah (So low)”, ma anche una certa opacità di fondo che non sempre si riesce a mandare via.

Un contrasto, ancora, quello gioiosamente in falsetto di “Darkness at the door” - in realtà il pezzo meno dark del disco - che qui registra il suo culmine di revival elettro-pop anni Ottanta, a cui segue il recupero di parte delle atmosfere che furono dei Cure di “Disintegration” con le strofe di “Nothingness”, la cui malinconia si attenua in una sfrontata ritmica tutta danzereccia. La stessa che, ripresa con maggiore tensione emotiva, si sviluppa nella successiva “Magazine”, primo singolo estratto e invettiva tutta in crescendo scagliata contro le azioni e l’atteggiamento dei potenti del Pianeta, che del proprio freddo interiore fanno uno stile di vita.

Menzione a parte merita invece “No sound but the wind”, brano con quasi dieci anni alle spalle, qui alla sua terza versione - dopo quella realizzata per la colonna sonora di “New Moon”, secondo capitolo degli efebici vampiri della saga di Twilight”, e quella registrata al Rock Werchter in Belgio nel 2010 ed edita su apposito singolo. L’unico capitolo già conosciuto di “Violence”, una ballata per voce e pianoforte, risulta essere anche uno dei passaggi chiave della parte finale dell’album, in grado di risollevarlo dopo una sezione centrale non sempre a fuoco. Nella sua inedita veste, spoglia di orpelli, il pezzo acquista una drammaticità tutta nuova che nel disco risulta quasi un’anomalia, complice una intensa prova vocale di Tom Smith, capace di rendere alla fine il giusto spessore a delle liriche a cui il musicista deve certamente essere affezionato. In coda, “Belong” offre un cadenzato e ossessivo epilogo, con gli strumenti che mostrano una profondità smaccata, quasi sinfonica, al conclusivo pathos finale.

Il risultato è ancora una volta ammantato di quel fascino oscuro proprio dell’immaginario degli Editors e sempre teso verso una costante introspezione. Questa volta, pur senza canzoni davvero epiche, il senso di inquietudine che Tom Smith riversa nelle strofe è tutto in quell'essenziale riconquista delle relazioni umane rappresentato dallo scatto di copertina, con quei tre corpi congiunti tra loro al punto da non riuscire più a distinguerli, e che esprime bene la necessità delle connessioni a cui gli Editors aspirano. “È importante, in questo periodo storico, spegnere i cellulari, disconnetterci e parlare con le persone che ci stanno accanto: con i nostri familiari, i nostri amici, le persone alle quali teniamo. Dobbiamo passare del tempo insieme a loro", ha spiegato il cantante

“Violence”, a dispetto del nome, si tiene perciò a distanza dal nichilismo degli esordi per concedere qualche possibilità a un futuro migliore, raccontando con febbrile urgenza il suo bisogno. Tanta ricchezza emotiva finisce anche per incespicare in qualche passaggio, ma alla fine lascia intravedere uno spiraglio di luce che probabilmente una volta, in fondo a tanta oscurità, sarebbe stato impensabile. Per arrivarci però bisogna prima passare per molta, troppa, violenza. 

 

TRACKLIST

01. Cold (03:39)
03. Violence (06:07)
05. Nothingness (05:06)
06. Magazine (03:56)
08. Counting Spooks (05:43)
09. Belong (06:04)
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