«VOODOO - D'Angelo» la recensione di Rockol

D'Angelo - VOODOO - la recensione

Recensione del 18 feb 2000

La recensione

“Era ora!”, avranno sospirato i moltissimi fan (anche italiani) di D’Angelo apprendendo che il seguito dell’ormai mitico e lontano “Brown Sugar” è da qualche giorno finalmente disponibile nei negozi. “Voodoo”, questo il titolo del disco, più volte annunciato e rimandato, alla fine ha visto la luce dopo ben 5 lunghi anni dal suo debutto, non senza aver scatenato chiacchiere sul suo autore. Certo il nostro Michael “D’Angelo” Archer dopo aver creato un capolavoro come “Brown Sugar” si è ritrovato con la bella responsabilità di dover confermare, con musica altrettanto valida, tutto quello che è stato detto e scritto su di lui in questi anni. Ma, soprattutto, di dover rendere ancora felici gli oltre due milioni di fan che hanno gioito ascoltando “Brown sugar” e che hanno atteso con ansia che il sempre più muscoloso cantante si decidesse a tornare con il nuovo disco. Senza voler entrare nel merito dei pettegolezzi che sono circolati negli ultimi mesi sulla presunta incapacità di D’Angelo di completare l’album, bisogna riconoscere invece che il Nostro ha in fin dei conti mantenuto alto il profilo della sua musica. “Voodoo” è infatti un album in puro stile “D’Angelo”, cioè degno del suo predecessore, anche se obbiettivamente 5 anni sono tantini e ci si poteva aspettare un album di proporzioni epiche. La realtà è che “Voodoo” è un gran bel disco senza essere il capolavoro che tutti si aspettavano da D’Angelo, è un lavoro dove si percepisce una ricerca spasmodica dei particolari, una super produzione che, però, all’ascolto non corrisponde affatto con una lussuosa o sontuosa megaproduzione di patinato R&B. D’Angelo ha preferito togliere invece che aggiungere, ha preferito operare per sottrazione cercando di offrire il massimo delle emozioni con il minimo possibile. Al primo ascolto l’album suona per questo oscuro, misterioso, quasi asfissiante nella sua minimale schiettezza. Ci vogliono più ascolti per entrare e comprendere il mondo sotterraneo costruito da D’Angelo, che realizza (senza ammetterlo) il suo sogno di fare l’album più in stile Prince degli ultimi anni. Un Prince denudato di isterismi e rivestito di sensualità e insinuanti ritmiche lente, attualizzato nella sua essenzialità, strabordante nel suo rigore esteriore. Sarà un caso che la durata media dei 13 brani supera i 6 minuti e che il disco intero sfiora gli 80 minuti? Sarà un caso che il singolo “Untitled (how does it feel)” sembra uscire da un bootleg registrato a uno dei leggendari aftershow di Prince dei tempi di “Sign of the times”? Per la cronaca D’Angelo suona, scrive e arrangia il tutto anche se va segnalata la presenza di personaggi come Method Man e Redman, DJ Premier, Raphael Saadiq e del batterista dei Roots Amir “?uestlove” Thompson. “Voodoo” è un disco complesso e affascinante e D’Angelo si conferma come il più seducente vocalist soul di questi anni, un moderno Marvin con i lustrini di Prince, il groove di Sly Stone e l’attitudine funk di James Brown (nonché il fisico di un bel pugile).
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